Ponte Morandi, l'imputato Castellucci: "Mai privilegiato il profitto alla sicurezza"
di Claudio Baffico
Nell’aula del tribunale di Genova si avvia verso la conclusione il lungo processo sul crollo del Ponte Morandi, tragedia che il 14 agosto 2018 costò la vita a 43 persone. Durante la 281ª udienza, Giovanni Castellucci ha preso la parola per rendere dichiarazioni spontanee, chiudendo il suo intervento con parole cariche di emozione: ha detto di aver sentito fin dall’inizio il peso del dolore collettivo e che questo non lo abbandonerà mai.
L’ex amministratore delegato di Autostrade per l'Italia ha parlato per circa tre ore, senza leggere appunti, sostenendo la propria estraneità alle responsabilità tecniche legate al viadotto Polcevera. Nel suo intervento ha ribadito più volte di non aver mai avuto un ruolo operativo diretto, spiegando che il compito di un amministratore delegato è diverso da quello di chi guida una struttura tecnica. Secondo la sua versione, il suo ruolo si è limitato a creare le condizioni migliori affinché i tecnici potessero lavorare e prendere decisioni.
Castellucci ha ricordato che già nel 2010 aveva suggerito l’ipotesi di un intervento di retrofitting sul ponte, pur sottolineando che si trattava di un’indicazione non tecnica e priva di un’urgenza segnalata dagli esperti. A suo dire, nessuno dei professionisti coinvolti negli anni aveva mai lanciato un allarme concreto sullo stato della struttura, motivo per cui quella raccomandazione rimase isolata e non immediatamente attuata.
Nel corso della sua difesa, l’ex manager ha respinto con forza le accuse di negligenza e di aver privilegiato il profitto rispetto alla sicurezza. Ha sostenuto di aver sempre dato priorità alla tutela degli utenti e di aver favorito un contesto in cui eventuali criticità potessero emergere. Ha inoltre sottolineato che, nonostante l’enorme mole di documenti analizzati nel processo, non sarebbero emersi segnali di allarme ignorati.
Secondo Castellucci, il cedimento del ponte sarebbe stato causato da un difetto difficile da individuare, paragonato a una malattia priva di sintomi evidenti fino al momento del collasso. Ha aggiunto che, pur non sottraendosi al peso morale della tragedia, continua a ritenere di aver fatto tutto ciò che era richiesto dal suo ruolo.
Non si tratta del suo primo intervento in aula: già nel marzo 2025 aveva parlato per diverse ore senza sottoporsi a interrogatorio. Anche in questa occasione ha ribadito di non aver mai ricoperto a lungo incarichi tecnici diretti e di essersi sempre concentrato su aspetti gestionali, come dimostrerebbero le riunioni svolte durante il breve periodo da direttore generale.
Nel frattempo, i familiari delle vittime attendono la conclusione del procedimento, durato quattro anni. Egle Possetti, presidente del comitato che rappresenta i parenti delle vittime, ha definito la linea difensiva “debole” e orientata a trasferire le responsabilità su altri. L’auspicio condiviso è che la sentenza di primo grado venga fissata prima dell’anniversario del crollo, nell’agosto 2026.
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