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Mareggiate, 20% della Liguria a rischio erosione. Allarme geologi: "Opere inutili senza pianificazione"

di Fabio Canessa

"Onde oceaniche? Potrà succedere ancora". La Regione vara un piano da 200 milioni

Pennelli, moli, dighe e ripascimenti. Tutto inutile se non si mette in atto una vera pianificazione del litorale, che in Liguria risulta a rischio per il 20%. L’allarme arriva dall’ordine nazionale dei geologi che a Genova ha organizzato un convegno su erosione e inondazioni della costa. Un caso emblematico, quello delle riviere devastate dalla mareggiata di fine ottobre, figlio di condizioni meteo anomale che però potrebbero ripetersi, come spiegano gli esperti.

“Le tendenze climatiche purtroppo fanno capire che potrà succedere ancora – conferma Carlo Civelli, presidente dei geologi liguri – e da questo bisogna prendere spunto per una migliore gestione. Per fortuna questa volta ci sono stati solo danni e nessuna vittima. Ma in futuro bisognerà prevenire, non basta essere preparati nella fase di emergenza”.

“Dal 2010 ad oggi c’è un apparente miglioramento in Liguria per quanto riguarda i fenomeni erosivi – spiega Marco Ferrari, geologo dell’università di Genova – il problema però è da cercare nel riassetto costiero. Molti tratti in passato sono stati occupati da edifici e infrastrutture attualmente sottoposti a inondazioni e mareggiate. È ovvio che questa situazione tenderà sempre a peggiorare a causa dei cambiamenti climatici”.

“Il problema è che manca la pianificazione. Lungo le coste è completamente assente. In Liguria c’è un minimo di pianificazione solo su due piccoli tratti di 30 chilometri ciascuno su una lunghezza di oltre 300”, accusa il presidente nazionale dei geologi, Francesco Peduto. “Anzitutto abbiamo un quadro normativo obsoleto a livello nazionale, ogni regione poi dovrebbe intervenire con leggi regionali. Oggi non esistono più le autorità di bacino e quasi dappertutto manca un piano di settore sul rischio erosione. Di fronte a questi rischi bisogna farlo subito”.

Gli errori commessi in passato sono sotto gli occhi di tutti: “Si è costruito troppo vicino al mare, portando via la sabbia al suo ciclo dinamico”. Ma anche le vecchie tecniche usate in passato – i famosi ‘pennelli’ di massi di fronte alle spiagge – a volte non hanno aiutato: “Le opere di difesa spesso hanno trasferito il problema da un tratto all’altro della costa. Dalla filosofia delle opere trasversali siamo passati a quelle longitudinali, come barriere soffolte e dighe sommerse”, continua Civelli.

La Regione, intanto, sta preparando un nuovo piano di difesa della costa. “Abbiamo sempre detto che non si può ricostruire e basta – riferisce l’assessore alla protezione civile Giacomo Giampedrone – Stiamo ripensando a tutte le difese a mare, ci sono ancora 200 milioni da mettere in campo oltre ai 200 già stanziati per ripristinare normali condizioni di vita. Bisogna spenderli bene, abbiamo già incontrato università per chiedere un supporto nella progettazione insieme ai comuni”.

Fabio Canessa