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Le conseguenze economiche della pandemia

di Paolo Lingua

Stiamo vivendo un momento storico di altissima tensione per il diffondersi, forse al di sopra di ogni previsione, della diffusione del contagio da coronavirus. Si temeva la seconda ondata in autunno, ma forse non di queo incontriste dimensioni. Non solo. La situazione, a quanto è dato capire, andrà aventi per molti mesi. E in effetti le istituzioni pubbliche, per molti aspetti prese in contropiede, si affannano a modificare norme e decreti tutte le settimane, sovente in contrasto tra di loro, con difficili aggiustamenti tra  governo centrale, regioni e comuni, quando poi gli organismi locali non sono  in contrasto tra di loro. La situazione, come si è detto, non migliorerà e lo stato generale della condizione della nostra vita sarà messo a dura prova. E’ una riflessione di cui tutti dobbiamo essere consapevoli. Al di là delle questioni contingenti che riguardano l’organizzazione della vita scolastica, dei trasporti, dei servizi pubblici e così via, non può nascere una considerazione generale su quale sarà il futuro della nostra economia. Il coronavirus ha cambiato la nostra esistenza.

Al di là dei divieti sugli assembramenti e sulle chiusure notturne nei locali, c’è stato certamente un crollo dei consumi che non ha coinvolto solo il mondo della cosiddetta movida. Ne sta risentendo tutto il settore del commercio della città e del territorio. Anche i locali dove in genere si svolgevano incontri di lavoro o anche semplicemente mondani sono in crisi di presenze. I cittadini sono rinchiusi in casa, per forza di cose. C’è un calo vertiginosi dei consumi e degli spostamenti. Con il passare dei mesi non si può non pensare a quali effetti si possa arrivare: aziende in crisi, posti di lavoro in netto calo e comunque un vortice di effetti collaterali legati al netto calo dei consumi di ogni genere. Potremmo trovarci, con la prossima primavera, a una crisi diffusa di tutto il settore terziario, ma, come tutte le crisi, non sarà circoscrivibile perché si allargherà ad altri settori. Su Genova, tra l’altro, al di là del coronavirus, incombe – e non se ne capisce la conclusione – la grave crisi dell’ex Ilva con il prolungamento della cassa integrazione.

La vicenda, anche secondo i vertici del sindacato locale e nazionale, ha avuto sinora  dei risvolti incomprensibili. E indubbio che da parte del governo non siano mancate incertezze e contraddizioni nelle trattative e nel gioco delle parti. Ma il mistero resta la strategia di Arcelor Mittal. Il gruppo siderurgico sovranazionale ha puntato all’ex Ilva per poi ridimensionarla tutti i livelli? Oppure non ha valutato, in particolare per quel che riguarda lo stabilimento di Taranto, i possibili costi per la sanatoria ambientale? Oppure, nel corso degli anni, ha modificato le sue strategie? Vuole tenere l’azienda con un taglio molto forte sulla produzione e sui dipendenti, oppure punta a far pagare allo Stato i costi della bonifica? La trattativa, tra infiniti rinvii, sembra desinata a proseguire ancora per mesi, con non pochi problemi anche per Genova, la cui attività dipende da Taranto ma che però tiene occupate aree economicamente strategiche.
   Ci sono popi molti interrogativi ancora pendenti sulle grandi pere portuali.

Decollerà finalmente il progetto di allargamento a mare della diga foranea con il conseguente dragaggio dei fondali in modo da consentire l’approdo delle unità di ultima generazione. Si parla da fin troppo tempo d’un inserimento del progetto nei finanziamenti del Recovery Fund e della possibilità d’una gestione commissariale alla maniera del Ponte Morandi. Si aspetta sempre il via libera, così come nello scalo si attende la decisione per il nuovo ruolo di Ponte Parodi per non parlare della ristrutturazione dell’ Hennebique. Molti lavori sembrano in stop (mentre si discute, ma non sappiamo sino a quando)  del trasferimento dei deposti petrolchimici della Carmagnani e della Superba. I rinvii sono peculiari di Genova ma è indubbio che il coronavirus e le sue problematiche incideranno sulla rapidità di queste scelte. Tirare le somme delle perdite, a tutti i livelli, non sarà piacevole, tra sei mesi. Anche questo è uno dei prezzi pesanti da pagare al coronavirus.

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