La morte di Guido Rossa e la sconfitta dei “brigatisti”

di Paolo Lingua

La morte di Guido Rossa e la sconfitta dei “brigatisti”

Guido Rossa, vittima innocente e sacrificare d’un lungo periodo di violenze politiche assurde e di cui forse non si ha ancora del tutto chiarezza, resta, come è stato detto e ripetuto oggi nel corso della commemorazione del suo assassinio, un simbolo incancellabile di comportamento e di coscienza civile e democratica. Ma non è solo un monumento da rispettare. La sua morte, per certi aspetti, segna un passaggio storico dal quale, sia pure in tempi non immediati, il movimento delle Brigate Rosse e degli gruppi politici vicini escono sconfitti da un tentativo irrazionale e immotivato di rivoluzione, senza aver mai raccolto, se non molto marginalmente il favore dell’opinione pubblica ma anche in sostanza neppure da parte dei movimenti politici della sinistra.  

In Germania e in Francia, dove pure erano avvenuti episodi di violenza sanguinosa, il movimento era scomparso più rapidamente. Forse, in Italia, considerato che si era alla fine della cosiddetta “guerra fredda” e della crisi del comunismo nell’Unione Sovietica,  essendo più forte il partito Comunista, la situazione era ristagnata. Ma l’assassinio di Aldo Moro, invece di segnare una vittoria del movimento clandestino, era stato invece l’ultimo tragico capitolo d’una vicenda che in sostanza non aveva radici.

Del resto, nello stesso periodo, erano nate, sia pure a livello di gruppuscoli, i movimenti di estrema destra, in parte collegati anche comn associazioni più o meno segrete. Il fenomeno, certamente anche in parte alimentato da servizi segreti deviati, era sempre collegato alla fine della guerra fredda. Non va dimenticato che, sempre per quel che riguardava la vasta area della sinistra, che pure era cresciuta elettoralmente, che Enrico Berlinguer, pur non rompendo il rapporto storico diretto con L’Unione Sovietica, aveva modificato la linea politica, andando verso un post-comunismo europeo (presente in Francia, Spagna e Portogallo in particolare) che ormai assumeva una fisionomia autonoma, decisamente più riformista.

Il dramma tragico di Guido Rossa va però ripercorso alla luce dei comportamenti e della mentalità diffusa nel mondo del Partito Comunista re del sindacato, molto forte a quella che allora era l?italsider, fortezza metalmeccanica  storica genovese. Rossa, in coerenza con la propria coscienza, già orientata verso una visione democratica e riformista, aveva denunciato e fatto arrestare un infiltrato delle Brigate Rosse che operava appunto nell’acciaieria di Cornigliano. C’eranop state assemblee nelle quali Rossa era stato sostenuto, ma senza eccessivi entusiasmi.

I comportamenti della base potevano essere valutati in due modi. C’era una certa paura, considerata la violenza e la ferocia delle Brigate Rosse, ma era ancora diffuso (anche se si stava dissolvendo)  un atteggiamento storico che risaliva anche al dopo – Resistenza e alle frazioni estremistiche del PCI. Era la teoria dei “compagni che sbagliano”. Insomma, occorreva una certa indulgenza. La reazione dei gruppi terroristici fu molto dura. Il comportamento di Rossa, per loro, era intollerabile. Si decise quindi per una punizione esemplare. Per la verità, il progetto dei brigatisti era quello di sparare alla gambe del sindacalista.

E così avvenne con l’agguato in via Fracchia. Ma uno dei personaggi più intolleranti del commando, Riccardo Dura, già protagonista di azioni e attentati, dopo che Rossa fu ferito nella sua macchia, all’alba del 24 gennaio del 1979, gli sparò un quarto colpo al cuore. Secondo lui Rossa non meritava pietà. L’assassinio però sollevo il dolore, lo sdegno e l’indignazione di tutta l’opinione pubblica. Non ci furono, in particolare da tutta l’area di sinistra, giustificazioni. La città fu compatta. E cominciò. Anche in certi ambienti dove se non proprio le Brigate Rosse  avevano trovato delle tenui simpatie (non solo nelle fabbriche ma anche in settori culturali come l’Università, in particolare le facoltà umanistiche), la distanza furono prese.  

Poi l’azione antiterrorismo fu assunta dal generale Dalla Chiesa che portò duri colpi a Milano e poi, un anno dopo la morte di Guido Rossa, un commando dei carabinieri, dietro l’indicazione di un pentito, piombò, sempre nei pressi di via Fracchia, nell’appartamento dove era nascosto un commando, nel quale era alloggiato anche Riccardo Dura. I quattro presenti furono uccisi dai carabinieri durante una violenta sparatoria.

La morte di Dura, per le modalità della ferita, rimasero in parte poco chiare, ma poi, salvo qualche tentativo di riprendere le indagini, finirono archiviate. Si stava ormai invertendo la tendenza. La violenza e la ferocia delle Brigate Rosse, poi coinvolte per recuperare finanziamenti, anche in vicende di mafia e di malavita, persero ogni minimo sostengo o minimo interesse, mentre si spegnavano,m sia pure dopo attentati efferati, anche le azioni terroristiche dell’estrema destra. L’Italia (e in gran parte l’Occidente) aveva vissuto un quindicennio, cominciato con il folk libertario del 1968, poi stravolto da follia terroristica. Per la verità, con le profonde trasformazioni economiche e sociali successive, non ne è rimasta traccia se non nei ricordi dolorosi.

Sono scritte nella storia    solo tracce di sangue eternate nei monumenti e nelle targhe. Ma, sempre che ci sia stata, un presenta ideologia è svanita, anche perché gli obiettivi politici, al di là delle violenze, non erano chiari, certamente neppure ai protagonisti di quegli orrori. Certamente resta la memoria e l’insegnamento di Guido Rossa, Simbolo di coerenza, di onestà e di coraggio civile, Un esempio non sempre facile da imitare, ma che merita il commosso ricordo di oggi.