La Genova dell’eterno ragazzo Morandi e dell’intramontabile Michele non è per vecchi
di Gilberto Volpara
Il ligure sale sul palco a sorpresa ed emoziona con lo storico amico bolognese
C’era un ragazzo che dal palco ha rifiutato l’etichetta di ‘eterno’: “Nessuno di noi può esserlo”. A sorpresa, ce n’è un altro della stessa età, con una voce senza tempo, che nessuno si sognerebbe mai di lasciare (vedi video).
Storie di Gianni Morandi da Monghidoro e Michele Maisano da Sestri Ponente, oggi trapiantato a Carcare. Giovanotti classe 1944 che, ancora, si emozionano e fanno appassionare. Insieme, poi, per qualche minuto, su invito dell’artista emiliano cantano al cuore di nonne, mamme e figlie per suggellare un’amicizia ultra decennale.
Campioni della voce inossidabili, baciati da dna o dalla Provvidenza, secondo le sensibilità di ciascuno. Uomini con stili di crescita differenti: tanta corsa per il primo, poco sport per il secondo. Risultati analoghi. In fondo, questa è “Vita”.
Racconti dal palco di Genova, gremito da giovani del Dopoguerra come loro che, per una sera, provano a dimenticare artrosi, acciacchi e pensioni basse.
Morandi ripercorre la sua infinita carriera. Lo fa con canzoni intramontabili, aneddoti, filmati e molteplici passaggi al profumo di Liguria: le partite del Bologna al Ferraris, i festival di Sanremo, l'accenno a 'Ma se ghe penso', il ricordo di Sandro Giacobbe, l’omaggio a Gino Paoli.
Solo applausi e il racconto di un’esistenza, parallela a quella di 3000 persone, riavvolta in due ore di palco.
Ad ascoltarli, ragazze che hanno superato le 70 primavere. Ai propri idoli lanciano fiori, innalzano cartelli artigianali, provano addirittura l’approccio in barba ai bodyguard. Per una notte, la carta d’identità pare non contare.
Gianni diverte con classe ed eleganza, Michele certifica un timbro sonoro mai sgualcito al pari della sua generosità di uomo che, lo scorso 31 dicembre, a Telenord, aveva scritto un Capodanno leggendario. In fondo, là sopra, c’è un pezzo di storia italiana.
Ma d’eterno non c’è nulla, appunto. E, allora, dopo due ore di spettacolo giunge l’ora in cui devono spegnersi i riflettori. Bisogna rialzarsi, tornare a casa.
Spuntano stampelle, bastoni e tornano gli acciacchi.
Il ritorno peggio dell’andata, che da sempre porta con sé la leopardesca trepidazione per l’attesa della festa, fa emergere tutte le contraddizioni della città più vecchia d’Europa.
Morandi canta al palazzetto della Fiumara perché, a Genova, come altrove è consapevole d’avere al botteghino digitale un pubblico superiore alle 2000 persone – caso probabilmente unico per quella generazione - che neppure il Teatro Carlo Felice potrebbe ospitare. E non esiste altro contenitore cittadino in grado di candidarsi.
Andare in scena in quel contesto significa investire poco meno di 100 euro a testa, seppur, per un ricordo indelebile. Ma tutto questo resta roba da ragazzi reali, non eterni: le sedie davanti al palco non hanno braccioli, sono stipate una all’altra e le ginocchia si incancreniscono, i seggiolini in gradinata non hanno schienali e i reumatismi gridano vendetta, le ringhiere per scendere i gradoni, trovando un appoggio sicuro, non esistono e creano barcollamenti dagli esiti imprevedibili.
‘Dettagli così piccoli che tu, non sei ancora in grado per capire, ma che comunque contano per dire chi siamo noi’ a Genova. Già, lo avrebbero detto la grande Ornella e Gino. Particolari comprensibili solo intorno agli Ottanta o giù di lì.
Sono le storie di un palazzetto che ha cambiato molteplici nomi e che in fondo resta l’unico posto per ospitare concerti con capienza superiore alle 2000 unità.
Mica puoi puntare il dito, ma per andarci, in sicurezza, devi essere un ragazzo che più dei Beatles o dei Rolling Stone, ama(va) Bresh, Olly o Alfa.
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