Industriali-governo: il conflitto per la ripartenza

di Paolo Lingua

La sortita, più dura nei toni e nei contenuti, di Carlo Bonomi nei confronti del governo, ha incrinato i rapporti tra l’esecutivo e Confindustria. Uno scontro di strategie che ha visto i sindacati dare ragione, in gran parte, agli imprenditori pur chiedendo a loro di frenare sui tagli ai posti di lavoro e al “sociale” in generale.

Sull’Italia (e non solo sul nostro Pese) incombe l’incognito della possibile seconda ondata di coronavirus, ma, con ancora maggiori dubbi, la questione della ripartenza della nostra economia in tutti i settori produttivi. Il governo oscilla sui finanziamenti dell’Europa, ultimo dei quali i 27 miliardi del “Sure” con cui si opererà sulla cassa integrazione dei lavoratori. Al tempo stesso si impenna il “no” del M5s al prestito di altrettanti miliardi per la ristrutturazione della sanità. E poi, per quello che è il maggior prestito, annunciato dal “Recovery Fund” di ben 209  miliardi, restano ancora incerte le scelte operative concrete. Dove e come investire.

In realtà da mesi il governo oscilla, perché, per dirla chiara sino in fondo, annaspa a trovare la chiave operativa. Per la verità in Italia sono tanti i settori per il momento in fase di stop in attesa d’uno scatto per ripartire. Il tema è sempre lo stesso. Ci sono esigenza urgenti di carattere sociale che riguardano lo stato dei lavoratori (di tutti i settori) costretti a rimanere a casa per via della crisi del coronavirus: e ci sono, contestualmente, molte imprese che rischiano di non riprendere in ottobre, in particolare quelle medio-piccole. Ma ci saranno anche gli amari conti di fine stagione del settore turistico e anche per piccolo commercio al minuto. Per non parlare dei ridimensionamenti di molte imprese artigiane e persino del settore agricolo dove importanti quote di prodotti di qualità  (basta pensare al vino) avranno, nei limiti del possibile, differenti trasformazioni e diverse destinazioni. 

Ma, accanto agli interventi urgenti di carattere sociale e assistenziale di fronte ai quali non è possibile restare indifferenti , esiste, forse la questione di maggiore importanza, il grande interrogativo su cosa e come operare per la ripartenza da tutti invocata e auspicata. E a questo punto si torna all’inizio di tutte le discussioni in corso. Il governo oscilla, in tutti i campi, tra una decisione e un’altra, sempre nella filosofia, se così la si può definire, di un colpo al cerchio e di un colpo alla botte. In parte per evitare di scontentare Nord e  Sud e in parte perché i partiti che formano la maggioranza hanno problemi  tra le correnti al loro interno e, nello stesso tempo, strategie opposte su cui fare leva. Basta recuperare esempi ormai scontati.

I renziani e il Pd, sia pure con sfumature diverse, spingono per il rilancio della produzione e per fa riprendere le grandi opere pubbliche molte delle quali ferme da anni in mezzo al guado. Ma è un tema sul quale c’è se non il “no” assoluto una serie di diffidenze dei grillini che puntano a distinguo, verifiche, dubbi. E’ assai difficile puntare a un “modello Genova", con la rimozione di complicazioni burocratiche, per puntare senza esitazioni alla ripresa d’un sistema produttivo che potrebbe trasformarsi i benessere e posti di lavoro.

Ma su queste scelte, quasi certamente sbagliando, il governo oscilla, andando a cercare piuttosto (e sbagliando) sogni irrealizzabili come il tunnel sottomarino tra la Calabria e la Sicilia, di cui non esiste né un progetto né una preventivo di massima di spesa.  Invece, molte regioni hanno progetti di autostrade, strade e ferrovie. Ci sono realtà da realizzare ex novo e altre da potenziare o da trasformare. Il sistema di trasporto e di comunicazione è ormai una chiave di sviluppo, non è un servizio aggiuntivo e ausiliare, ma fa parte della filiera produttiva.  Così come il potenziamento della scuola e in particolare dell’Università e delle specializzazioni rivolte all’alta tecnologia. Sono i campi nei quali si svolgerà nei prossimi anni la sfida mondiale. L’unica cosa che va capita è che non si può accontentare tutti nello stesso momento. Occorrono priorità, come avviene in tutto il mondo. Ma piacere a tutti, nello stesso tempo, è un errore che discende da una sostanziale debolezza politica.