Il sogno nel cassetto di Solenghi: “Portare in scena il Vizietto in genovese”

di Gessi Adamoli

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Il sogno nel cassetto di Solenghi: “Portare in scena il Vizietto in genovese”
Tullio Solenghi ha una grande sogno (artistico) nel cassetto: “Tradurre in genovese ‘Il vizietto’, ambientarlo nella Genova degli anni 70, perché adesso fortunatamente l’omosessualità non rappresenta più un tabù, e portarlo in scena. Mi manca il titolo. Veramente un’idea ce l’avrei, ma ci vorrebbe qualcosa di più politicamente corretto”.  La Cage aux Foilllies è una commedia di Jean Poiret, messa in scena nel 1973 e replicata per cinque anni consecutivi al Palais Royal di Parigi. Ma a rendere “Il Vizietto” immortale è stato nel 1978 il film interpretato da Michel Serrault e Ugo Tognazzi. “E la versione italiana – osserva Solenghi – con un doppiatore eccezionale come Oreste Lionello, che dà la voce a Serrault e la caratterizza con alcuni dei suoi indimenticabili acuti, è davvero straordinaria”.
 
Solenghi confida questo desiderio (e chissà che non riesca davvero ad esaudirlo) nel corso di un incontro organizzato nel foyer del Teatro Nazionale dal titolo: “Il genovese, storia di una lingua tra Govi e Topolino”. A svolgere il ruolo di moderatore è stato Massimo Arduino, presidente dell’Associazione Carlo Felice, mentre il professor Stefano Luisito, esperto di lingua ligure, ha raccontato come Paperino è diventato Poulin.
 
Nell’eventuale attesa di cimentarsi con “Il vizietto”, dopo quello con e “I manezzi pe maja na figgia” E “Pignasecca e Pignaverde”, Solenghi sta ottenendo un altro straordinario successo con “Colpi di Timone”. “Non mi capacitavo del fatto – confida – che il Teatro Stabile di Genova non avesse mai in cartellone niente di genovese. Addirittura un anno avevamo portato in scena, con tra gli altri Maurizio Lastrico e Enzo Paci, la Moscheta una commedia del Ruzante. Con Govi eravamo convinti tenere il cartellone per poche settimane e invece ci sono state più di un’ottantina di repliche, arrivando a Roma ed espatriando a Locarno e Chiasso. Il problema era come interpretare Govi perché lui, con tutto il rispetto per i vari Bacigalupo e compagni, caratterizzava così il copione da mettere un timbro indelebile come se fosse uno degli autori. Così l’unica soluzione era clonarlo”.
 
Peo Campodonico, autore e regista dialettale e fondatore della Compagnia Gilberto Govi, l’ha però sollecitato a dare una sua interpretazione a quei testi: “Come fece Carlo Dapporto, per altro preoccupato che la sua inflessione imperiese potesse stonare”.
 
Ma per il prossimo futuro Solenghi si concentrerà su un omaggio a Alberto Lionello, che non è genovese ma è stato una colonna del nostro Teatro Stabile: “Andremo in scena con ‘I due gemelli veneziani’ di Goldoni. Ero un giovane al debutto quando con Alberto la portammo Londra. Fu un trionfo, la gente rideva di gusto e dopo pochi minuti smise di sentire la traduzione attraverso l’apparecchietto che gli era stato consegnato all’ingresso. E finito lo spettacolo andò in camerino a fargli i complimenti niente meno che sir Laurence Olivier”.

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