Il momento più difficile del Pd

di Paolo Lingua

Il momento più difficile del Pd

Mentre il presidente del consiglio Mario Draghi dovrà affrontare, in termini organizzativi rigorosi, l’acquisizione, la distribuzione organizzativa e la pratica dei vaccini, il tema clou del superamento della pandemia e della ripresa economica del nostro Paese, prosegue  la marcia a sbando di molti partiti, a cominciare dal Pd. La vicenda del Pd è la più complessa, perché a differenza del M5s che pur sempre ha caratteristiche extra-sistema e con protagonisti politici improvvisati, il partito nasce sulla base di movimenti ed esponenti di lunga esperienza e politicamente scafati.

Anche gli esponenti più giovani del partiti hanno avuto una formazione più organica e in grado di affrontare cambiamenti e mutazioni sulla base d’una esperienza politica più addestrata e accorta. Invece il Pd, dopo le elezioni politiche del 2018 che videro confermato il blocco della crescita, dopo il fallimento del referendum di riforma costituzionale voluto da Matteo Renzi, si è aggrappato alla scelta di restare al governo, a tutti i costi, subendo sovente le richieste del M5s, tutto sommato mai condivise. A cominciare dal taglio dei parlamentari per sfociare in una politica di assistenzialismo di fronte alla crisi provocata dalla pandemia, per non parlare delle diffidenze grilline nei confronti d’una politica di netta ripresa economica rilanciando le grandi opere. Una linea che non pare assolutamente omologa a quella che sembra imboccare Draghi, molto preoccupato della ripresa e più incline a una linea keynesiana, sul piano d’una collaborazione imprenditoriale pubblico-privata. Ma i grillini sono immersi in una dimensione caotica dove i contrasti si intrecciano come in un disordinato gioco dei quattro cantoni. Più complessa è la situazione del Pd che, come partito con una radice tradizionale - formato con segmenti del Pci, della Dc, del Psi e di altri piccoli partiti della sinistra moderata, squassati dal crollo della cosiddetta Prima Repubblica – dopo la fine del governo Conte – bis si è trovato a nuotare in un mare confuso, scavalcato dall’esecutivo tecnico di Draghi. Zingaretti, a dire la verità, negli anni precedenti, aveva oscillato tra l’andare al voto e crescere semmai all’opposizione inglobando una parte del voto grillino in crisi e il restare a tutti i costi al governo, sistemando ministri e sottosegretari.

Alla fine il Pd di Zingaretti non ha raggiunto, se non in parte, nessuno dei due obiettivi, sovente inghiottendo, pur di evitare la crisi, le richieste non condivise dei grillini. Ora, mentre tutti e due i partiti della sinistra (o quasi), annaspano con l’implodere di crisi interne frutto di divisioni in infinite tribù,  non sono chiare le mutazioni interne delle prossime settimane e dei prossimi mesi. In questa chiave meritano una riflessione molto seria, le argomentazioni espresse dall’ex sindaco di Genova Giuseppe Pericu rilasciate ai media nei giorni scorsi. Pericu, molto saggio e distaccato, forse l’ultimo “grande” sindaco di Genova, ha sottolineato come il Pd oggi non abbia una sua identità interna ed esterna, con una riflessione dubbiosa sulle reali motivazioni di Zingaretti. L’ex sindaco ha capito che il partito oscilla tra la ricerca di una identità (Pericu sarebbe d’accordo su una linea più moderata che estremista), criticando l’eccesso di sottomissione al M5s dei mesi scorsi e soprattutto, anche a livello ligure, mettendo in evidenza come il partito abbia evitato di fare una analisi autocritica sul disastro elettorale delle ultime regionali, la più pesante sconfitta che la sinistra abbia mai subito nell’ultimo mezzo secolo, una sconfitta in parte prevedibile, ma che a livello dei vertici locali e dei nazionali, nessuno ha voluto valutare e prevedere, anche se si stava delineando  nel corso della stessa campagna elettorale.  Ma la verità più amara è che questa discussioni problematiche e faticose non sono comprese, né seguite, né condivise dall’opinione pubblica, troppo affranta dalla pandemia e dagli affannati tentativi dei vertici politici e sanitari di organizzare la distribuzione e la applicazione dei vaccini, unica strada per uscire dalla crisi che assedia e soffoca la società.