Giustizia, avv. Olcese: “Il referendum è stato un voto politico, ma la terzietà del giudice resta un nodo irrisolto”
di Katia Gangale - Stefano Rissetto
"Temi come guerre e politica internazionale non c’entravano nulla con il referendum, ma ne hanno condizionato l’esito"
Emanuele Olcese, avvocato, componente direttivo Camera penale genovese, spiega che, dopo il risultato referendario, “rimarrà tutto così com’è”, con il rischio però di un passo indietro sul modello accusatorio.
Sottolinea un punto centrale della campagna: “Se giudice e pubblico ministero condividono la stessa verità e gli stessi uffici, non si ha quella terzietà del giudice prevista dall’articolo 111”.
Aggiunge che il risultato del voto lascia comunque un segnale: “Dodici milioni di voti a favore del referendum significano che un problema nella magistratura c’è”.
Sul futuro, invita alla cautela: “Oggi è prematuro fare analisi complete, ci sono ancora troppe scorie dello scontro”, ma confida che si possa “ricucire e avviare una riflessione più condivisa”.
Olcese riconosce poi la forte politicizzazione del voto: “Se il referendum è diventato politico, ci abbiamo perso noi”, cioè l’occasione di discutere nel merito la riforma e rafforzare la terzietà del giudice.
Critica entrambe le parti: da un lato “uscite controproducenti” del fronte del sì, dall’altro una difesa della Costituzione “come simbolo e non come strumento”.
Evidenzia anche fattori esterni che hanno influenzato il voto, soprattutto tra i giovani: temi come guerre e politica internazionale “non c’entravano nulla con il referendum”, ma ne hanno condizionato l’esito.
Nonostante la sconfitta, ribadisce l’impegno dell’avvocatura: “Continueremo a lavorare per raggiungere i nostri obiettivi con altri strumenti”.
Infine, apre a un possibile confronto futuro: “Serve raffreddare lo scontro e capire cosa si può costruire da qui in avanti”, pur con il rischio che il dibattito resti bloccato o rinviato.
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