Genova, presidio in piazza De Ferrari contro la guerra in Iran

di c.b.

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Genova, presidio in piazza De Ferrari contro la guerra in Iran

Prime conseguenze nelle piazze del conflitto in corso tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall'altra. 

Nel pomeriggio di oggi, giovedì 5 marzo alle ore 18, è previsto un presidio in piazza De Ferrari promosso dal collettivo studentesco Osa Genova, con lo slogan “Fermare l’escalation bellica!”. All’iniziativa hanno già annunciato la propria partecipazione varie organizzazioni e movimenti, tra cui Cambiare Rotta, Rete dei Comunisti, Potere al Popolo, USB, Donne contro Guerra e genocidio, Udap e Pci.

Alla mobilitazione prenderà parte anche il Partito della Rifondazione Comunista, che ha espresso una dura critica nei confronti dell’operazione militare in corso. Il partito denuncia quello che definisce “un nuovo atto criminale”, ritenendo che l’intervento colpisca non solo l’Iran ma anche principi fondamentali come il diritto internazionale, la diplomazia e il ruolo delle Nazioni Unite.

Secondo il segretario Giovanni Ferretti, sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo iraniano non significa in alcun modo giustificare o difendere il regime teocratico degli ayatollah. L’obiettivo, spiega, è ribadire che le lotte di liberazione dei popoli non possono essere strumentalizzate per sostituire un sistema autoritario con un altro subordinato agli interessi del capitalismo globale, finalizzato allo sfruttamento delle risorse del Paese.

Nel suo intervento, Ferretti inserisce l’attuale crisi in un contesto geopolitico più ampio. A suo avviso, l’Iran rappresenterebbe solo l’ultimo tassello di una lunga serie di tensioni internazionali che coinvolgono Palestina, Libano, Siria, Venezuela, Cuba e Rojava, insieme all’espansione della NATO verso est, alle controversie territoriali come quella sulla Groenlandia e ai nuovi interventi militari in Africa.

Secondo questa lettura, la crescente militarizzazione avrebbe conseguenze dirette anche sui paesi europei: aumento delle spese militari, riduzione delle risorse destinate allo stato sociale, diffusione di una cultura del nemico e progressiva riconversione bellica dell’economia, con il rischio di mettere in secondo piano anche le priorità ambientali.

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