Fratoni, da Roma a Berkeley: "Sul nucleare l’Italia non parte da zero"

di R.P.

1 min, 50 sec

Il professore guarda positivamente anche alla preparazione degli studenti italiani che arrivano a Berkeley, particolarmente solidi nella formazione di base

Fratoni, da Roma a Berkeley: "Sul nucleare l’Italia non parte da zero"

Dalla Sapienza di Roma alla guida del Department of Nuclear Engineering della University of California, Berkeley. È il percorso di Massimiliano “Max” Fratoni, Xenel Distinguished Professor e Chair del dipartimento, tra gli scienziati incontrati durante la missione nella Silicon Valley dedicata alla Space Economy e promossa da Intesa Sanpaolo in collaborazione con INNOVIT.

Fratoni ha accompagnato la delegazione nei laboratori di Berkeley, dove si sviluppano ricerche sui reattori nucleari avanzati, sugli Small Modular Reactors (SMR) e sulle applicazioni dell’energia nucleare nello spazio. È inoltre Head of Reactor Design di NANO Nuclear Energy.

La sua esperienza rappresenta anche un esempio dell’eccellenza scientifica italiana all’estero. Laureato alla Sapienza, Fratoni è arrivato a Berkeley nel 2003 per svolgere parte della tesi, prima di conseguire il PhD e diventare professore di Ingegneria nucleare nel 2013, fino alla nomina alla guida del dipartimento.

In un’intervista a Italpress, il professore ha affrontato soprattutto il possibile ritorno dell’Italia all’energia nucleare, sottolineando come il Paese non parta affatto da zero. L’Italia conserva competenze nelle università e nelle piccole imprese specializzate, oltre a una rete di scienziati e tecnici che oggi lavorano nei principali centri internazionali e che potrebbero rappresentare una risorsa per un eventuale nuovo programma nucleare.

«Storicamente l’Italia è sempre stata un Paese che ha prodotto talenti», ha osservato Fratoni, ricordando che molti di questi professionisti lavorano oggi all’estero ma potrebbero contribuire alla ricerca e all’industria italiana.

Il professore guarda positivamente anche alla preparazione degli studenti italiani che arrivano a Berkeley, particolarmente solidi nella formazione di base in fisica e matematica. Per questo, secondo Fratoni, parlare soltanto di “fuga dei cervelli” è riduttivo: nella scienza e nella tecnologia serve piuttosto un sistema di osmosi, basato sullo scambio continuo di conoscenze, persone e competenze.

La presenza di ricercatori italiani nei grandi centri scientifici statunitensi può così trasformarsi in un'opportunità per il Paese: una rete internazionale capace di mantenere aperto il collegamento con ciò che accade negli Stati Uniti e di riportare in futuro competenze e talenti verso la ricerca e l’industria italiana.

Per restare sempre aggiornati sulle principali notizie sulla Liguria seguiteci sul canale Telenord, su Whatsapp, su Instagramsu Youtube e su Facebook.