Ex Ilva, i conti preoccupano: perdite semestrali oltre il mezzo miliardo. Trattative per la cessione al punto di svolta
di R.C.
Un bilancio che lascia poco spazio all’ottimismo: la situazione di Acciaierie d'Italia appare sempre più critica, con perdite semestrali superiori a mezzo miliardo e un’esposizione debitoria che sfiora gli 8 miliardi di euro. I dati contenuti nell’ultima relazione dei commissari delineano un quadro di forte squilibrio, in cui la continuità operativa degli impianti di Taranto, Genova e Novi Ligure comporta costi difficilmente sostenibili.
Nel secondo semestre del 2025, la gestione straordinaria ha registrato un passivo di 582,5 milioni di euro, a fronte di un costo del lavoro pari a 198,7 milioni: in pratica, il disavanzo accumulato in sei mesi equivale a circa tre volte quanto speso per i salari. Un rapporto che evidenzia la distanza tra i ricavi generati e le spese necessarie per mantenere attiva la produzione.
In questo scenario si inserisce la trattativa per la cessione degli impianti, con il governo e i commissari impegnati nel confronto con due potenziali acquirenti: da un lato il gruppo indiano Jindal Group, dall’altro il fondo statunitense Flacks Group. Quest’ultimo ha richiesto una linea di finanziamento ponte per procedere all’acquisizione, impegnandosi formalmente a non distribuire utili fino al rimborso del prestito, una promessa che suscita perplessità alla luce delle condizioni economiche dell’azienda.
Secondo la documentazione allegata, Flacks disporrebbe di un patrimonio netto consolidato di oltre 2,2 miliardi di dollari e una liquidità di circa 58 milioni, depositata presso istituti come JPMorgan Chase e BNP Paribas. Tuttavia, restano dubbi sulla solidità complessiva dell’operazione e sulla reale capacità di sostenere il rilancio industriale.
Le strategie dei due candidati divergono in modo significativo. Jindal propone una transizione graduale, con una riduzione progressiva della produzione fino a 2 milioni di tonnellate e un forte ridimensionamento dell’organico, che passerebbe dagli attuali 9.700 dipendenti a circa 4.500. Il piano di Flacks, invece, punta a un rilancio più ambizioso, con una produzione prevista di 6 milioni di tonnellate, 8.500 addetti e investimenti per circa 5 miliardi di euro, anche se tali obiettivi devono ancora essere verificati sotto il profilo economico, industriale e ambientale.
I numeri della gestione confermano la gravità della crisi: tra luglio e dicembre 2025 i ricavi si sono fermati a 884 milioni, mentre i costi hanno raggiunto 1,3 miliardi, trainati soprattutto da servizi (757 milioni) e materie prime (333 milioni). Il risultato è una perdita operativa lorda di 414,9 milioni, che sale a 582,5 milioni considerando ammortamenti e oneri finanziari.
Dal punto di vista patrimoniale, l’azienda risulta tecnicamente insolvente, come già stabilito dal Tribunale di Milano nel 2024. A fronte di un attivo di 3,68 miliardi, composto da impianti, scorte, crediti e liquidità, si contrappongono debiti per 7,88 miliardi. La parte più consistente, oltre 5,4 miliardi, risale a prima dell’amministrazione straordinaria e sarà oggetto della procedura fallimentare, mentre oltre 1,3 miliardi sono stati accumulati durante la gestione commissariale, inclusi finanziamenti pubblici e debiti verso banche e altri soggetti.
La liquidità disponibile a fine 2025 era pari a circa 156 milioni di euro, una cifra limitata rispetto alle necessità operative. Nello stesso periodo, sono stati spesi oltre 3 milioni per la gestione della crisi, tra consulenze e assistenza legale, in un contesto segnato da numerosi contenziosi. Tra questi, quelli avviati dalle società del gruppo ArcelorMittal, che hanno però finora visto prevalere la posizione della gestione commissariale nei tribunali.
L’obiettivo resta quello di completare la vendita entro giugno 2026, ma i tempi dipenderanno dall’esito delle trattative e dalle decisioni di politica industriale. Per i creditori, invece, l’orizzonte rimane incerto: la definizione delle posizioni debitorie e delle cause in corso viene indicata come non prevedibile, segno di una crisi ancora lontana da una soluzione definitiva.
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