Depositi chimici a Sampierdarena, ultima udienza al Consiglio di Stato: residenti in attesa della sentenza
di Anna Li Vigni
Silvia Giardella, presidente del Comitato Lungomare Canepa: "Abbiamo già siti a rischio rilevante nel porto. Aggiungerne altri significherebbe aumentare il rischio per la salute"
Giornata decisiva per il futuro dei depositi chimici nel porto di Sampierdarena. Giovedì 5 marzo 2026, si è tenuta l’udienza davanti al Consiglio di Stato su uno dei progetti più contestati degli ultimi anni: il trasferimento dei depositi chimici nell’area portuale a pochi metri dalle abitazioni del quartiere genovese.
La sentenza è attesa entro circa 30 giorni. A guidare la mobilitazione è il Comitato Lungomare Canepa, nato nel 2018 proprio per opporsi al progetto.
Dal balcone della sua casa affacciata sul porto, la presidente del comitato, Silvia Giardella, racconta come è iniziata la battaglia:
“Il porto di Sampierdarena è dentro le case. Lo vediamo a 30 metri dalle nostre finestre e nuovi depositi chimici renderebbero la vita impossibile per tutti, bambini, anziani e famiglie”.
Secondo il comitato, l’area portuale è già fortemente gravata da infrastrutture e impianti industriali. Nel porto, spiegano i residenti, sono già presenti siti classificati RIR, cioè a rischio di incidente rilevante, e un aumento degli impianti potrebbe incrementare i pericoli per la popolazione.
“Abbiamo già siti a rischio rilevante nel porto. Aggiungerne altri significherebbe aumentare il rischio per la salute e anche il pericolo di un effetto domino in caso di incidenti”, sottolinea Giardella.
La protesta è iniziata nel 2018, quando si iniziò a discutere del possibile spostamento dei depositi chimici in diverse zone della città.
“All’inizio si parlava della Lanterna, poi della zona Bolzaneto, poi improvvisamente di Ponte Somalia, proprio davanti alle nostre case”, ricorda la presidente.
Per il quartiere si tratterebbe dell’ennesimo peso urbanistico e ambientale.
“Sampierdarena è già il polo nevralgico della logistica. Tutti gli spostamenti passano da qui e il quartiere ha bisogno di riqualificazione, non di nuovi impianti industriali”, afferma la presidente.
Negli anni il comitato ha organizzato manifestazioni, raccolte firme e iniziative pubbliche. Oltre 3.000 firme sono state raccolte per chiedere maggiori tutele per il quartiere.
Nel frattempo la protesta è diventata anche un momento di aggregazione per la comunità. Per celebrare gli otto anni di attività, il comitato ha persino organizzato un piccolo concorso musicale online con tredici canzoni originali dedicate al quartiere.
“È un modo per giocare, ma anche per ricordare la dignità dei sanpierdarensi”, spiega Giardella. Tra le voci più simboliche della protesta c’è anche quella di Maria Mittica, residente storica della zona dal 1969. Dal suo balcone espone un cartello contro il progetto.
“Già di schifezze qui ne abbiamo tantissime. Abbiamo ancora i depositi di carbone a cielo aperto vicino alla Lanterna e con il vento il carbone vola ovunque”, racconta.
La donna descrive una quotidianità segnata dall’inquinamento e dal rumore del traffico portuale:
“Quando pulisco trovo proprio pezzi di carbone. E il rumore è tale che ho dovuto cambiare tutte le finestre di casa”.
Per i residenti la richiesta è semplice: spostare i depositi lontano dalle abitazioni.
“Questi depositi sono a favore di chi li possiede, non della popolazione. Se devono farli, li mettano dove non c’è gente”, conclude Mittica.
Ora l’attenzione è tutta rivolta alla decisione dei giudici. I cittadini sperano che la sentenza possa fermare definitivamente il progetto.
“Siamo abbastanza positivi, dice Giardella, ma restiamo cauti. Aspettiamo la sentenza”.
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