Chiusura Museo Doria a Genova, Carla Olivari:" Ci aspettavamo lavori, ma non così lunghi. Erano in programma molte mostre"

di Anna Li Vigni

Il Museo di Storia Naturale Giacomo Doria di Genova resterà chiuso al pubblico almeno fino al 2031. Alla base della decisione, gravi carenze di sicurezza e impiantistiche che impongono interventi urgenti. Servono almeno quattro milioni di euro solo per la messa in sicurezza, mentre il Comune punta a un progetto di rilancio complessivo attraverso un master plan e la ricerca di fondi nazionali e internazionali.

Chiusura prolungata – La chiusura, avvenuta improvvisamente ad aprile, ha colto di sorpresa cittadini e operatori culturali. «Ci aspettavamo dei lavori, ma non una chiusura così lunga, specialmente perché erano previste diverse mostre tra cui quella di Marie Curie», spiega Carla Olivari, presidente dell’associazione Amici del Museo Doria, storica realtà nata nel 1927 a sostegno dell’istituzione.

Storia e patrimonio – Fondato nel 1867, il Museo Doria è il primo museo civico di Genova e uno dei più importanti musei di storia naturale in Italia e in Europa. Conserva circa cinque milioni di reperti, di cui solo seimila esposti, inclusi esemplari di specie estinte come il tilacino. «È un patrimonio unico che va assolutamente preservato», sottolinea Olivari.

Sicurezza e risorse – Gli interventi riguardano principalmente la sicurezza degli spazi e degli impianti. «La sicurezza oggi è prioritaria, per le persone e per i materiali», afferma la presidente. Accanto ai fondi pubblici, si guarda anche a risorse europee e a possibili contributi privati.

Museo che resiste – Nonostante la chiusura al pubblico, le attività scientifiche e di conservazione proseguono. Inoltre, grazie al progetto “Fuori Museo”, i reperti e le attività didattiche vengono portati nelle scuole e in altri spazi civici della città.

Futuro e rilancio – L’obiettivo è trasformare la lunga chiusura in un’occasione di rilancio. «Se Genova pensa in grande, può preparare un museo davvero proiettato nel futuro», conclude Olivari, ribadendo la necessità di rinnovare linguaggi e modalità di fruizione, soprattutto per le nuove generazioni.

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