Da Villetta Di Negro a Bordighera: la banalità del male secondo il professor Becchi, filosofo del diritto

di Katia Gangale - Stefano Rissetto

Nel suo intervento, Becchi non si limita alla ricostruzione dei fatti, ma cerca di interrogarsi sulle radici più profonde della violenza

Paolo Becchi, filosofo del diritto, saggista e docente universitario, è intervenuto nel corso della trasmissione Liguria Live su Telenord per offrire una riflessione approfondita su due tragici episodi di cronaca che hanno profondamente colpito l'opinione pubblica ligure: il delitto avvenuto nel parco di Villetta Di Negro, nel cuore di Genova, e la morte di una bambina di appena due anni a Bordighera, maturata in un contesto familiare segnato da grave degrado sociale e umano.

 

Nel suo intervento, Becchi non si limita alla ricostruzione dei fatti, ma cerca di interrogarsi sulle radici più profonde della violenza e della sofferenza che emergono da vicende come queste. A partire dal caso genovese, il filosofo richiama anche alcuni ricordi personali legati a Villetta Di Negro, luogo che frequentava in gioventù e che conserva nella memoria come uno spazio simbolico della città. Il contrasto tra quei ricordi e la brutalità dei fatti recenti diventa lo spunto per una riflessione sul cambiamento del tessuto urbano e sociale e sul progressivo smarrimento di alcuni riferimenti etici e comunitari.

 

Affrontando poi il dramma di Bordighera, Becchi pone l'attenzione sulle condizioni di marginalità e abbandono che possono trasformarsi in terreno fertile per tragedie umane di tale portata. La morte della bambina viene interpretata non solo come un fatto di cronaca, ma come il segnale di un disagio più ampio che coinvolge famiglia, istituzioni e società civile, chiamate a interrogarsi sulle proprie responsabilità e sulla capacità di prevenire situazioni di estrema vulnerabilità.

 

Per comprendere la natura del male che emerge da questi eventi, il pensatore genovese si richiama inoltre alla grande letteratura russa dell'Ottocento. In particolare, evoca gli insegnamenti di autori che nelle loro opere hanno esplorato le zone più oscure dell'animo umano, interrogandosi sulle motivazioni profonde che possono condurre alla colpa, alla violenza e alla distruzione. Attraverso questi riferimenti letterari e filosofici, Becchi invita a non fermarsi alla superficie dei fatti, ma a riflettere sulle dinamiche morali, culturali e sociali che possono favorire il manifestarsi del male nelle sue forme più estreme.

Qui di seguito pubblichiamo il commento del professor Becchi apparso il 2 giugno sul Sole24Ore. Il pezzo è suggestivo e merita una lettura integrale.

Elogio della vita quotidiana
Per un nuovo esistenzialisme

C’è un gran ritorno della geopolitica. La senti dappertutto, come una musica di fondo che non puoi spegnere. Tutti ne parlano, tutti pontificano, tutti sono diventati improvvisamente competenti. Mi ci metto pure io, sia chiaro. E Trump, quale sarà la prossima mossa? A saperlo, ci faresti un sacco di soldi. E Putin, fin dove si spingerà? E Merz vuole proprio far guerra ai russi? E noi, in mezzo a tutto questo, cosa siamo diventati? Non sono domande che ti fanno respirare meglio. Eppure, non facciamo che tornarci sopra. Lo stretto è chiuso o aperto? “La fiamma è spenta o accesa”? Il mondo trattiene il fiato, o almeno così ci raccontiamo.

 


Qualcuno, con aria tra il serio e il faceto, dopo quanto ho scritto si chiederà: ma il prof in pensione cosa si è già fatto stamattina, girando tra i caruggi di Genova? Droghe leggere, suggestioni pesanti? No, tranquilli. Sono a casa. Davanti ho la Lanterna e un cielo azzurro che sembra quasi una promessa - mi manca quello viola in una stanza, ma non si può avere tutto. Sul tavolo, un bicchiere di bianco. Accanto, una striscia di focaccia appena sfornata. Ed è lì che la retorica globale si incrina.

 


Davvero lo stretto di Hormuz è così decisivo per la mia vita? Certo, lo sappiamo: se si chiude, i carburanti salgono, l’economia tossisce, poi ansima, poi cade. Recessione, inflazione, crisi. Il solito copione. Ma adesso - proprio adesso - mentre il vino è fresco e la focaccia ancora tiepida: cambia qualcosa? Posso ancora bere? Posso ancora, banalmente, esserci, essere qui? Che cosa conta davvero, oggi, per me, per te, per noi?

 


La risposta arriva quasi con vergogna: la vita quotidiana. Ma è una risposta che non ci piace. Ci sembra piccola, priva di fascino, quasi colpevole. Davvero basta così poco? Un bicchiere di vino, un morso di focaccia - è questa la felicità? O è solo una resa ben condita? Ci hanno insegnato a diffidarne, della quotidianità. A criticarla. A superarla. Ci vuole impegno, ci dicono. Bisogna stare dentro la storia, partecipare, prendere posizione. Guarda quanto siamo coinvolti, quanto siamo seri mentre discutiamo di guerre, strategie, alleanze. Eppure, qualcosa non torna. E se fosse proprio la vita quotidiana ad avere il diritto di giudicare tutto il resto? Se fosse lei - così umile, così ripetitiva, così apparentemente insignificante - la vera unità di misura?

 


La vita quotidiana non è tutto. Ma è ciò attraverso cui tutto passa. Di Eraclito Aristotele riportava un racconto, poi ripreso e commentato da Heidegger. Degli stranieri volevano incontrarlo per parlare con il grande pensatore, ma vedendolo intento a riscaldarsi vicino ad un forno esitavano ad avvicinarsi e stavano quasi per andarsene quando Eraclito incoraggiandoli a entrare disse: “Anche qui sono presenti gli dèi”. Anche qui, accanto ad un forno in un luogo abituale, familiare, che non ha niente di straordianrio. La vita quotidiana è il filtro, la soglia, il punto di contatto. È ciò che resta quando cala il sipario e lo spettacolo è finito. E a volte basta davvero poco: per ritrovar sé stessi: un fuoco acceso, un bicchiere di bianco, un pezzo di focaccia. Anche da soli. Anche solo stare. Come un bambino su un prato, con il cane accanto, un filo d’erba tra i denti, ad ascoltare il vento che fa il suo mestiere senza chiedere il permesso a nessuna geopolitica. Ma attenzione: non c’è nessuna innocenza garantita. La quotidianità non è un rifugio puro. Può essere anche un inferno a bassa intensità. Thomas Ligotti lo ha raccontato bene: la vita nuda come orrore silenzioso, la ripetizione come incubo. La banalità del quotidiano che scivola nella banalità del male. Casa-lavoro, lavoro-casa. “Produci, consuma, crepa”, come era scritto su un muro di via Balbi. Giorni che si accumulano senza lasciare traccia. E poi c’è la precarietà, che non è un concetto ma una condizione esistenziale. Nei libri di Alberto Prunetti la vita quotidiana è fatica, sopravvivenza, resistenza minuta. Qui ritorna, ancora lui, l’inevitabile Karl Marx: l’alienazione non è un’idea astratta, è la sensazione concreta di non abitare la propria vita. Già Henri Lefebvre e Giorgio Cesarano avevano capito che il quotidiano è il campo di battaglia decisivo: lì si esercita il dominio e a volte si muore, ma da lì può anche nascere l’apertura a una vita che non sia mera sopravvivenza.

 


E invece si scappa. Si scappa nella politica, nell’impegno, nell’analisi globale. Fuori casa, fuori ufficio, fuori da quella gabbia di gesti ripetuti. E si ha perfino l’illusione che questa fuga sia libertà. Si parla di strategie, di potenze, di equilibri. Tutti hanno oggi qualcosa da dire anche se in realtà non dicono niente. “Parlar di tutto Per non parlar d’amore”.

 


Ma se questo fuggire fosse solo un’altra forma di distrazione? Perché la domanda resta, ostinata: è davvero tutto qui, il quotidiano? Solo noia, sfruttamento, alienazione, ripetizione? Oppure, nascosta tra le pieghe, c’è un’altra possibilità? Ivan Illich parlava di convivialità: la capacità di stare insieme senza scopi imposti, di costruire relazioni che non siano funzionali a qualcosa. Un tempo sottratto, non produttivo, ma vivo. E ancora più indietro, Franz Rosenzweig vedeva nella vita concreta - nelle relazioni, nei gesti, negli incontri - un varco verso il senso, oltre le grandi narrazioni totalizzanti.

 


Ripartire dalla vita quotidiana non significa idealizzarla. Significa prenderla sul serio. Tornare a quel bambino che siamo stati, senza dimenticare l’adulto che siamo diventati. Riscoprire i gesti minimi, le passioni, gli affetti, gli amori. E insieme accorgersi del tempo che abbiamo perso - e che continuiamo a perdere - inseguendo discussioni che ci danno l’impressione di contare qualcosa, mentre ci allontanano semplicemente da ciò che siamo, dal nostro esser-ci. Meglio lasciarsi sorprendere con leggerezza dagli eventi, dalle situazioni, dalle emozioni. Il mondo continuerà a muoversi, le potenze a sfidarsi, le crisi a susseguirsi. Ma intanto, qui, ora, resta una domanda semplice, quasi imbarazzante nella sua nudità: posso ancora sorseggiare un bicchiere di bianco con un pezzo di focaccia? E forse è proprio lì, in quella scena minuscola e irriducibile, che la vita continua a vincere.

 

 

 

 

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