Porti, eliminato fondo extracosti per opere infrastrutturali

di c.b.

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Porti, eliminato fondo extracosti per opere infrastrutturali

A partire dal 1° gennaio 2026, una disposizione inserita nella Legge di bilancio ha eliminato il fondo destinato a compensare gli aumenti dei costi delle opere infrastrutturali, legati alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime. In un contesto già segnato da rincari, aggravati anche dalle tensioni internazionali come la guerra in Iran, le stazioni appaltanti sono ora chiamate a coprire autonomamente le maggiori spese per evitare lo stop dei cantieri considerati indifferibili.

La misura riguarda l’intero sistema pubblico, dai Comuni a Rfi, fino alle Autorità di sistema portuale. Attualmente sono numerosi gli interventi strategici in corso, destinati a rafforzare la capacità del Paese nel trasporto di merci e passeggeri: dalla Diga di Genova alla Darsena Europa di Livorno, fino all’hub passeggeri di Ravenna. Sebbene queste opere difficilmente verranno bloccate, il loro completamento potrebbe incidere sulle risorse destinate ai progetti futuri, con il rischio di rinvii o cancellazioni per quelli non ancora avviati.

L’azzeramento del fondo rientra nelle politiche governative di contenimento della spesa pubblica, ma arriva in una fase particolarmente critica. I costi dei trasporti marittimi delle materie prime solide – come ferro, carbone e cereali – hanno raggiunto livelli elevati: il Baltic Dry Index ha superato quota 2.650 punti, toccando valori che non si registravano dalla fine del 2023. A incidere sono diversi fattori, tra cui la riduzione della disponibilità di navi dovuta ai conflitti e lo squilibrio tra domanda e offerta, oltre a fenomeni di speculazione finanziaria tipici delle fasi di instabilità.

In questo scenario, chi è impegnato nella realizzazione di infrastrutture pubbliche è costretto a rivedere i contratti alla luce dei nuovi costi. In Liguria, ad esempio, sono in corso numerosi interventi per potenziare la rete di trasporti, che coinvolgono ferrovie, strade e porti, da Savona a Genova fino a La Spezia, includendo opere come il Terzo Valico e vari raddoppi ferroviari. In particolare, nello scalo spezzino gli appalti già assegnati stanno subendo un forte impatto dall’aumento dei prezzi, con il rischio concreto di una fase di stallo.

Poiché la criticità non riguarda singoli progetti o territori ma l’intero sistema, cresce tra gli amministratori la richiesta di un intervento coordinato a livello nazionale. Le Autorità portuali, insieme ad altri enti, guardano al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti come al soggetto chiamato a individuare una soluzione strutturale.

Il fondo per l’adeguamento dei prezzi era stato introdotto nel 2022, in risposta alla crisi pandemica, ed era operativo dal 2023, venendo poi prorogato per affrontare anche le conseguenze della guerra in Ucraina. Fino alla fine del 2025, ha consentito di assorbire parte degli aumenti, soprattutto quelli legati all’energia. Oggi, però, a pesare maggiormente sono i costi dei materiali da costruzione – come ferro, calcestruzzo e inerti – mentre il settore energetico appare relativamente più stabile, anche per via del ruolo del gas, meno colpito rispetto al petrolio.

Gli enti pubblici stanno ora effettuando verifiche sui propri bilanci, cercando di quantificare le risorse necessarie per coprire gli extra costi. Fondi inizialmente destinati a nuovi investimenti rischiano così di essere dirottati per sostenere cantieri già avviati. Nei porti liguri, tra opere gestite direttamente dalle Authority e interventi commissariali, non è ancora chiaro l’impatto complessivo, ma appare sempre più probabile un aumento dei ritardi nei programmi di sviluppo.

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