Portacontainer, la flotta cresce più dei porti: il nuovo collo di bottiglia è a terra
di R.P.
L’orderbook sfiora il 40% della flotta mondiale. Le consegne dei prossimi anni metteranno sotto pressione terminal, piazzali e collegamenti con l’hinterland
Il trasporto container si prepara a entrare nel più grande ciclo di consegne di navi della sua storia. Ma la principale preoccupazione non riguarda più soltanto il possibile eccesso di capacità in mare. La crescita della flotta potrebbe infatti procedere più rapidamente di quella delle infrastrutture portuali, spostando il rischio di congestione verso terminal e reti terrestri.
Secondo i dati riportati da Lloyd’s List, l’orderbook mondiale si aggira intorno ai 13 milioni di teu, pari a poco meno del 40% della flotta oggi operativa. Il divario aumenta nelle fasce dimensionali più grandi: per le portacontainer oltre i 10mila teu, la capacità ordinata supera il 55% di quella attualmente in servizio. Una quota rilevante delle nuove navi sarà consegnata nel 2027 e, soprattutto, nel 2028.
Il fenomeno non riguarda più soltanto i grandi hub delle rotte Asia-Europa. Le portacontainer di maggiore capacità stanno entrando anche sui collegamenti con Sud America, Medio Oriente, subcontinente indiano e Africa occidentale, aumentando la necessità di adeguare infrastrutture e attrezzature portuali: pescaggi, banchine, gru, piazzali e sistemi di movimentazione.
Tra i principali protagonisti di questa espansione c’è Msc. A inizio luglio, secondo Lloyd’s List, la compagnia aveva in ordine 166 navi per quasi 3 milioni di teu, comprese 99 unità con capacità superiore ai 20mila teu. Anche Cma Cgm, Cosco, Evergreen e Hmm stanno tuttavia continuando a rafforzare la propria flotta nelle classi dimensionali maggiori.
La pressione, però, non si esaurisce all’interno dei terminal. Una nave megamax può concentrare migliaia di movimentazioni in una singola toccata, trasferendo in tempi molto rapidi grandi volumi verso piazzali, gate, ferrovia e rete stradale. È proprio l’hinterland a rischiare di diventare il punto più vulnerabile della catena.
Il sistema parte inoltre da una situazione già sotto pressione. A metà agosto, secondo Linerlytica, circa 5,4 milioni di teu di capacità navale risultavano all’ancora nei porti di tutto il mondo, un indicatore della congestione che già interessa diversi scali.
La sfida per i prossimi anni potrebbe quindi cambiare natura: non sarà soltanto necessario trovare spazio per le nuove navi, ma soprattutto garantire che i porti e i collegamenti terrestri siano in grado di assorbire i volumi generati da una flotta sempre più grande.
Se le infrastrutture non cresceranno allo stesso ritmo della capacità marittima, il rischio è che la maggiore disponibilità di stiva non produca una catena logistica più fluida, ma semplicemente sposti la congestione dal mare alla terra.
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