Ponte Morandi, l'affondo della difesa: "Il ministero non ha mai comunicato al comitato tecnico i dati sulla corrosione"

di Claudio Baffico

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Ponte Morandi, l'affondo della difesa: "Il ministero non ha mai comunicato al comitato tecnico i dati sulla corrosione"

A più di sei anni dal crollo del Ponte Morandi, il processo sulla strage del viadotto Polcevera continua a scavare nelle responsabilità istituzionali e tecniche che precedettero il 14 agosto 2018, quando persero la vita 43 persone. Al centro del dibattimento ci sono le valutazioni (e le omissioni) legate allo stato di salute dell’infrastruttura e al progetto di retrofitting mai portato a termine. Secondo quanto riportato da Il Secolo XIX, nelle ultime udienze sono emersi nuovi elementi che, secondo le difese, ridimensionerebbero in modo significativo il quadro accusatorio nei confronti di alcuni imputati.

Solo oggi, sostengono i difensori, è possibile avere piena consapevolezza del fatto che il ministero dei Trasporti fosse in possesso di un dato tutt’altro che marginale: una corrosione dei cavi del Ponte Morandi stimata tra il 10 e il 20 per cento. Un’informazione che, però, non sarebbe mai arrivata al Comitato tecnico-amministrativo (Cta), l’organismo incaricato di valutare il progetto di rinforzo strutturale degli stralli della pila 9.

Sempre secondo quanto emerso – e come riferisce Il Secolo XIX – solo dopo il crollo, attraverso l’analisi dei reperti, si sarebbe scoperto un difetto originario di costruzione nello strallo che cedette per primo, proprio quello della pila 9. Un’anomalia sconosciuta all’epoca delle valutazioni tecniche.

Per l’avvocata Annarosa Francini, queste lacune informative sono sufficienti a smontare l’impianto accusatorio contro i membri del Cta, costituito nel febbraio 2018 all’interno del Provveditorato alle opere pubbliche di Liguria e Piemonte. In particolare, la difesa riguarda Antonio Brencich, professore di tecnica delle costruzioni all’Università di Genova, assistito anche dall’avvocato Tullio Padovani.

Brencich, imputato insieme ad altre 56 persone, faceva parte del Cta come membro esterno ed era chiamato ad analizzare il piano di sostituzione dei cavi interni degli stralli delle pile 9 e 10 con cavi esterni. Un progetto che, secondo l’accusa, non venne mai realizzato a causa dei continui rinvii di Autostrade per l’Italia.

La Procura ha chiesto per Brencich una condanna a otto anni di reclusione. Eppure, ricordano i difensori, lo stesso docente era stato negli anni una delle voci più critiche sullo stato del Ponte Morandi. Francini sottolinea come solo grazie all’“autopsia” dei reperti sia stato possibile individuare, in cima alla pila 9, una cattiva iniezione di malta risalente alla fase di costruzione. Questo avrebbe provocato un ammasso disordinato di trefoli – una sorta di “mappazza” – incapaci di svolgere correttamente la funzione strutturale prevista dal progetto originario di Riccardo Morandi.

Un dato decisivo, ma ignoto al Cta. Così come sarebbero rimaste fuori dalle valutazioni due fotografie mai trasmesse al comitato, che mostravano crepe su travi e tiranti. Immagini che, secondo la difesa, avrebbero potuto incidere in modo sostanziale sulle valutazioni di sicurezza.

Nella stessa udienza – come riporta Il Secolo XIX – hanno preso la parola anche gli avvocati Marcello d’Ascia e Alessandro Traversi, difensori di Luca Frazzica, all’epoca responsabile dell’ufficio coordinamento opere strutturali di Aspi, per il quale la Procura ha chiesto 6 anni e 9 mesi.

Secondo la difesa, Frazzica avrebbe esercitato un controllo costante e pressante su Spea, la società incaricata del monitoraggio delle infrastrutture. Un atteggiamento critico e insistente, riconosciuto dalla stessa Spea, che renderebbe incomprensibile l’accusa di inerzia. «Cosa avrebbe dovuto fare di più?», si chiedono i legali, ricordando anche che Frazzica è stato tra i pochi dirigenti Aspi a non essere licenziati dopo il crollo.

D’Ascia ha infine attaccato il cosiddetto “processo Morandi bis”, relativo ai presunti report falsificati su altre infrastrutture liguri, definendolo una sorta di “stampella” utilizzata dall’accusa per rafforzare il procedimento principale sul crollo, trascinando – a suo dire – anche persone estranee ai fatti.

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