Abbigliamento tecnico ecosostenibile: materiali, certificazioni e alternative ai Pfas
di R.C.
Dallo sportswear all’outdoor cresce l’attenzione per tessuti a minore impatto. Ma la sostenibilità non dipende soltanto dall’origine della fibra
Fare sport e praticare attività all’aperto sono abitudini sempre più diffuse. Nel 2024, secondo Istat, erano 21,5 milioni gli italiani che praticavano attività fisica, pari al 37,5% della popolazione con almeno tre anni. Anche il turismo outdoor continua a crescere: quasi un italiano su quattro, tra quanti hanno viaggiato nell’estate scorsa, ha scelto una vacanza all’aria aperta.
La crescita di questi fenomeni - secondo un'analisi di Francesca Rulli per il Fatto Quotidiano - porta con sé anche una maggiore domanda di abbigliamento tecnico, capace di garantire resistenza, leggerezza, traspirabilità, impermeabilità e isolamento termico. Caratteristiche che per decenni sono state ottenute anche attraverso l’impiego di trattamenti chimici potenzialmente problematici. Oggi, però, non basta chiedersi se un capo sia performante: bisogna considerare anche quale impatto ambientale e sociale comporti la sua produzione.
I capi tecnici sono ancora prevalentemente realizzati con fibre sintetiche. Il motivo è legato soprattutto alle prestazioni: il cotone tende ad assorbire acqua e ad asciugarsi lentamente, mentre lana, lino e canapa presentano limiti differenti in termini di resistenza, elasticità o comportamento all’abrasione. Esistono tuttavia soluzioni sempre più evolute.
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