30 giugno 1960: la rivolta della Genova antifascista

di Marco Innocenti

Sessant'anni fa il corteo indetto dalla Camera del Lavoro contro il congresso missino in città. Gli scontri causarono circa 20 feriti

Per molti, oggi, 30 giugno è forse soltanto il nome di una via che, specialmente dopo il crollo di Ponte Morandi, tutti i genovesi hanno imparato a conoscere. Eppure il 30 giugno 1960 è una di quelle date stampate a fuoco nella storia della città. Siamo all'indomani delle dimissioni poi respinte del presidente del Consiglio Tambroni, aspramente criticato per aver accettato i voti missini in occasione della formazione del suo nuovo governo. In questo scenario, il Movimento Sociale Italiano decide di organizzare il proprio sesto congresso nazionale nella città di Genova, più precisamente al Teatro Margherita in via XX settembre.

In un clima politico acceso dalle accuse di filofascismo a Tambroni, questa decisione fu vista da sinistra come una vera e propria provocazione, specie in una città decortata con la medaglia d'oro alla Resistenza ed ora attraversata da lotte sindacali molto accese. Nei giorni precedenti al congresso, la situazione andò via via inasprendosi: la sinistra chiedeva a gran voce la cancellazione del congresso missino, anche con manifestazioni di piazza che si svolsero in città per l'intera settimana ma il Msi da parte sua rispondeva preparandosi allo scontro, ritenuto da molti quasi inevitabile.

Per il 30 giugno fu indetto uno sciopero dalla Camera del Lavoro al quale si aggiunse un corteo che avrebbe sfilato da piazza dell'Annunziata fino a piazza della Vittoria, passando per via Garibaldi, via Cairoli, via XXV aprile, piazza De Ferrari e via XX settembre. Nonostante il clima di palpabile tensione, il corteo si svolse senza scontri ma poi un gruppo di manifestanti si raccolse in piazza De Ferrari dov'erano schierate polizia e carabinieri. Iniziarono gli slogan e la situazione degenerò velocemente, con sassaiole da parte dei manifestanti e cariche delle forze dell'ordine. In poco tempo lo scontro si fece molto violento. Gli agenti oltre agli idranti e ai lacrimogeni, misero mano anche alle armi anche se solo un manifestante alle fine risultò ferito da un colpo di pistola. I manifestanti, dal canto loro, recuperarono attrezzi da lavoro da alcuni cantieri nelle vie adiacenti e li usarono per colpire gli agenti rimasti isolati e le camionette che restavano intrappolate nel dedalo di vicoli e viuzze del centro. La situazione degenerò a tal punto che si temette seriamente che alla polizia venisse ordinato di aprire il fuoco sulla folla. Alla fine, gli scontri portarono a 162 feriti fra gli agenti e una quarantina tra i manifestanti.