Genova, presidio contro i manifesti anti aborto: "Il vero veleno è l'obiezione"
di Redazione
Volantinaggio in corso de Stefanis per l'associazione Non una di meno, che "oscura" uno dei discussi manifesti apparsi negli scorsi giorni in città
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Si sono dati appuntamento sabato 12 dicembre alle 11 in corso de Stefanis a Genova gli attivisti e le attiviste di Non una di meno, davanti ad uno dei discussi cartelli affissi dall'associazione anti abortista Pro Vita apparsi negli scorsi giorni in vari punti di Genova. Lo slogan dei manifesti "Prenderesti mai del veleno?", che indica la pillola per le interruzioni di gravidanza RU - 486 come dannosa per la salute delle donne, aveva fatto insorgere diverse associazioni, tra cui Liguria Pride e Non una di meno.
I manifestanti hanno "oscurato" il manifesto al centro della polemica con cartello sostitutivo che rivendica la libertà di scelta di ogni donna nel decidere se e come interrompere una gravidanza: "Il vero veleno è l'obiezione" (un riferimento all'alto numero di medici obiettori di coscienza che rifiutano di praticare interruzioni di gravidanza negli ospedali italiani) e "Sul mio corpo decido io" sono gli slogan scelti. Le attiviste hanno poi dato vita ad un volantinaggio in corso De Stefanis per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema dell'aborto e della pillola RU-486.
"Siamo molto arrabbiate e siamo mobilitate per far rimuovere questi manifesti e per dare un'informazione corretta sul farmaco Ru-486 - spiega Caterina Pizzimenti, di Non una di Meno Genova - che non è veleno ma è un farmaco approvato dall'OMS, dal Ministero della Salute che viene utilizzato nei consultori e negli ospedali. Questo è un attacco, portato avanti da un'organizzazione di estrema destra, alla libertà delle donne che vogliono continuare a decidere che cosa fare del proprio corpo, di una gravidanza, della propria vita".
I manifesti di Pro Vita, apparsi in varie città in tutta Italia, negli scorsi giorni avevano scatenatuto un forte dibattito tra il Comune di Genova e gli attivisti di Liguria Pride e Non una di meno, che avevano chiesto all'amministrazione di rimuoverli. Da Tursi era però arrivato un no, con una nota stampa nella quale si spiegava che rimuovere un manifesto per i suoi contenuti sarebbe stato un atto di censura, in contrasto con l'articolo 21 della Costituzione che garantisce la libertà di parola.
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