Crans-Montana, giornalista genovese Mattia Sacchi: "Una tragedia così potrebbe accadere dappertutto, serve cultura prevenzione"
di Carlotta Nicoletti
Il caporedattore del 'Corriere del Ticino': "Sono ore lunghissime, ormai si pensa solo a identificare le vittime"
Mattia Sacchi, giornalista genovese, caporedattore del Corriere del Ticino, ha seguito fin dal primo giorno la tragedia di Crans-Montana e racconta ore segnate soprattutto dall’attesa. "Ormai gli aggiornamenti riguardano quasi esclusivamente l’identificazione delle vittime e dei dispersi", spiega, sottolineando come le autorità svizzere abbiano chiarito che servirà ancora tempo prima di fornire dati ufficiali definitivi.
In città continuano ad arrivare familiari e amici da tutta Europa. "Sono ore lunghissime, con famiglie che aspettano notizie, spesso senza alcuna certezza". Il clima è pesante, carico di dolore e apprensione, non solo a Crans-Montana ma anche all’estero, dove l’eco della tragedia ha colpito profondamente molte comunità.
Sacchi ricorda anche le prime testimonianze raccolte sul posto. Uno dei ragazzi riusciti a salvarsi gli ha raccontato di essersi protetto dal fuoco con un tavolo prima di riuscire a sfondare una porta e mettersi in salvo, aiutando poi alcuni amici. Colpisce però il contrasto delle prime ore: "Il primo gennaio molti turisti non avevano ancora capito cosa fosse successo e hanno continuato a sciare. Solo più tardi la città è piombata in un silenzio irreale".
Quando è emersa la reale portata della tragedia, Crans-Montana si è stretta attorno alle vittime. "Una località turistica è tornata a essere un villaggio", racconta Sacchi, parlando di candele accese, solidarietà diffusa e di un forte senso di comunità. Fondamentale anche il supporto internazionale, con una task force attivata per l’assistenza psicologica alle famiglie e il trasferimento dei feriti più gravi in centri specializzati, come il Niguarda di Milano.
Sul tema della sicurezza nei locali, Sacchi invita alla cautela ma apre una riflessione più ampia. "Situazioni del genere potrebbero accadere ovunque: a Berlino, a Madrid, a Genova". Secondo il giornalista, il nodo non riguarda solo le strutture o le uscite di emergenza, ma soprattutto la gestione del panico: "Bastano due o tre persone in preda al panico a bloccare un’uscita perché un locale diventi una trappola".
La vera questione, conclude, è se il personale sia davvero formato a riconoscere subito il pericolo e a far evacuare le persone prima che la situazione degeneri. "Forse più delle norme, serve una preparazione reale alla gestione dell’emergenza". Per quanto riguarda le responsabilità, Sacchi invita ad attendere gli esiti delle indagini: "È troppo presto per puntare il dito: solo chi è competente potrà stabilire cosa non ha funzionato".
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