Tragedia di Bogliasco, Solari (Fiab) a Telenord: "Sicurezza stradale, ecco come fare. Basta criminalizzare i ciclisti anche quando muoiono"

di Stefano Rissetto

"Il rinnovo della patente di guida oltre una certa soglia anagrafica non deve essere un automatismo e le visite mediche devono essere rigorose"

La tragedia di Bogliasco riporta con drammatica evidenza al centro del dibattito il tema della sicurezza stradale e della convivenza tra automobilisti, ciclisti e pedoni. Una questione che, soprattutto sulle strade liguri, caratterizzate da carreggiate spesso strette, traffico intenso e percorsi molto frequentati da chi si muove in bicicletta, continua a rappresentare una delle emergenze più difficili da affrontare. Nel caso di Bogliasco, dove un malore mortale occorso a un automobilista è costato la vita anche al cicloamatore Daniele Callà, travolto insieme con il fratello Simone che, pur gravemente ferito, si è salvato.

 

A intervenire sul tema è Romolo Solari, esponente della Fiab, che ai microfoni di Telenord ha posto l'accento sulla necessità di cambiare approccio alla sicurezza stradale. Il punto di partenza, secondo Solari, è evitare che ogni incidente venga trasformato in un processo alla vittima, soprattutto quando a perdere la vita è una persona che si trovava in bicicletta. "Ma in questo caso - dice - si pone in tutta evidenza il tema del rinnovo della patente di guida oltre una certa soglia anagrafica, non deve essere un automatismo e le visite mediche devono essere rigorose".

 

«Basta criminalizzare i ciclisti anche quando muoiono» è il senso della sua presa di posizione, che invita a spostare l'attenzione dalle responsabilità attribuite genericamente a chi pedala alle condizioni concrete nelle quali avviene la mobilità sulle strade.

 

La sicurezza, infatti, non può essere affidata soltanto alla prudenza individuale. Pedalare rispettando il Codice della strada è certamente indispensabile, ma non può essere considerato l'unico strumento attraverso il quale prevenire gli incidenti. Servono infrastrutture adeguate, controlli, moderazione della velocità, una progettazione degli spazi urbani e soprattutto una cultura della strada nella quale gli utenti più vulnerabili siano realmente protetti. Sotto accusa anche l'abuso dei telefonini e l'alterazione psicofisica da alcol o sostanze.

 

La sicurezza non può essere soltanto una questione di comportamento

Quando si verifica un incidente che coinvolge un ciclista, il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sul comportamento della persona che si trovava in bicicletta: se indossasse il casco, se fosse visibile, se procedesse correttamente, se avesse rispettato la segnaletica. Sono aspetti che possono essere importanti nell'accertamento di un singolo episodio, ma che rischiano di diventare fuorvianti quando vengono utilizzati per spostare l'attenzione dal problema generale della sicurezza.

 

Per Solari è necessario interrogarsi invece sulle condizioni della strada e sulle modalità con cui viene organizzata la circolazione. Una strada sicura non è semplicemente una strada nella quale tutti gli utenti sono chiamati a prestare la massima attenzione. È una strada progettata per ridurre la possibilità che un errore umano si trasformi in una tragedia.

 

Questo principio assume un'importanza ancora maggiore quando sono coinvolti ciclisti e pedoni, ovvero utenti che, in caso di collisione con un veicolo a motore, partono da una condizione di evidente vulnerabilità.

 

Il problema della velocità

Uno degli elementi centrali della sicurezza stradale è la velocità. Anche pochi chilometri orari possono fare una differenza significativa nelle conseguenze di un impatto. Per questo motivo, ragionare sulla sicurezza significa anche intervenire sulle velocità effettive dei veicoli, non limitandosi a fissare limiti che poi, sulle strade, vengono sistematicamente superati.

 

Ridurre la velocità nei punti maggiormente esposti, creare zone nelle quali automobilisti e ciclisti siano costretti a prestare maggiore attenzione, migliorare la segnaletica e realizzare infrastrutture fisicamente protette sono strumenti che possono contribuire a ridurre il rischio.

 

Il problema diventa particolarmente delicato lungo le strade extraurbane e costiere, dove spesso la presenza contemporanea di traffico automobilistico, biciclette, motocicli e pedoni produce situazioni di forte conflitto.

 

Servono infrastrutture per proteggere chi pedala

Il tema delle infrastrutture ciclabili è inevitabilmente al centro della discussione. Una pista ciclabile non può essere considerata soltanto un tratto di asfalto colorato: per essere realmente efficace deve essere progettata in modo coerente con il traffico circostante, garantire continuità e soprattutto ridurre i punti di conflitto con gli altri mezzi.

 

Dove non è possibile realizzare una pista ciclabile separata, possono essere adottate altre soluzioni: corsie ciclabili ben progettate, strade a velocità ridotta, interventi di moderazione del traffico, protezioni fisiche, attraversamenti più sicuri e una migliore gestione degli incroci.

 

La sicurezza, in altre parole, deve essere pensata prima dell'incidente e non soltanto dopo. Ogni tragedia dovrebbe diventare un'occasione per individuare le criticità di un tratto stradale e intervenire affinché lo stesso tipo di incidente non possa ripetersi.

 

Il nodo della convivenza tra automobilisti e ciclisti

Un altro aspetto riguarda il rapporto tra chi guida e chi pedala. Sulle strade italiane permane spesso una contrapposizione tra categorie: automobilisti contro ciclisti, ciclisti contro automobilisti. Una contrapposizione che rischia di alimentare una guerra quotidiana sulle strade.

 

In realtà, la questione dovrebbe essere affrontata partendo da un principio molto semplice: la strada è uno spazio condiviso, ma non tutti gli utenti hanno lo stesso livello di protezione.

 

Un'automobile e una bicicletta possono condividere la stessa carreggiata, ma le conseguenze di una collisione non sono comparabili. Per questo motivo chi guida un veicolo più pesante e veloce deve assumersi una particolare responsabilità nei confronti degli utenti più vulnerabili.

 

Non si tratta di contrapporre ciclisti e automobilisti, ma di costruire regole e infrastrutture che rendano la convivenza più sicura per tutti.

 

«Non criminalizzare chi muore»

È soprattutto sul linguaggio utilizzato dopo gli incidenti che Solari invita a una riflessione. Quando un ciclista perde la vita, infatti, capita frequentemente che l'attenzione si concentri immediatamente su ciò che avrebbe potuto fare la vittima per evitare l'incidente. Non è il caso di Bogliasco, ma una tendenza generale.

 

Il casco, l'abbigliamento, le luci, la posizione sulla carreggiata diventano rapidamente gli elementi principali del racconto. Ma questo approccio rischia di produrre una forma di colpevolizzazione della vittima, soprattutto quando non sono ancora state accertate le responsabilità.

 

Dire che un ciclista avrebbe potuto essere più prudente non equivale a spiegare perché si è verificato un incidente. E soprattutto non può sostituire l'analisi delle condizioni della strada, della velocità dei veicoli, della segnaletica, della visibilità, dei comportamenti di tutti gli utenti coinvolti e dell'eventuale presenza di situazioni di rischio già conosciute.

 

La richiesta di Solari è quindi quella di evitare giudizi affrettati e generalizzazioni. Una persona che muore sulla strada non dovrebbe diventare il bersaglio di una discussione ideologica sulla bicicletta.

 

Dalla cronaca alla prevenzione

La tragedia di Bogliasco, proprio per la sua drammaticità, pone ancora una volta una domanda: che cosa si può fare concretamente per evitare che accada di nuovo?

 

La risposta non può limitarsi all'invito rivolto ai ciclisti a prestare maggiore attenzione, così come non può esaurirsi nella richiesta agli automobilisti di guidare con prudenza. Entrambe le categorie devono rispettare le regole, ma la prevenzione richiede qualcosa in più.

 

Servono analisi dei punti neri, controlli mirati, interventi sulla velocità, infrastrutture sicure e continue, illuminazione adeguata, segnaletica efficace e una progettazione delle strade che tenga conto della presenza di tutti gli utenti.

 

Occorre inoltre investire sull'educazione stradale, partendo dalle scuole e arrivando alla formazione degli automobilisti. Il rispetto del ciclista non dovrebbe essere percepito come una concessione o come un favore, ma come una componente naturale della sicurezza stradale.

 

Una battaglia che riguarda tutti

La sicurezza dei ciclisti, in definitiva, non è una questione che interessa esclusivamente chi utilizza la bicicletta. Riguarda la qualità complessiva della mobilità e il modo in cui vengono progettate le nostre città e le nostre strade.

 

Una rete viaria più sicura per chi pedala è generalmente più sicura anche per chi cammina e, in molti casi, persino per chi guida. Ridurre le velocità, eliminare i punti di conflitto e migliorare la visibilità significa diminuire il rischio per tutti.

 

La tragedia di Bogliasco dovrebbe quindi spingere a superare la logica dello scontro tra categorie. Non serve stabilire se siano «peggio» gli automobilisti o i ciclisti. Serve capire quali condizioni rendono possibile un incidente e quali interventi possono impedire che si ripeta.

 

È questo il messaggio che arriva dall'intervento di Romolo Solari: la sicurezza stradale non può essere costruita cercando un colpevole a posteriori, tanto meno quando quel colpevole viene individuato nella vittima. Deve essere costruita prima, attraverso scelte precise di politica della mobilità, infrastrutture adeguate, controlli e una maggiore consapevolezza da parte di tutti.

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