Venerdi, 20 settembre 2019  

Autostrade, 3 arresti e 6 misure interdittive per i report “ammorbiditi” sui viadotti

Sotto la lente il Pecetti, sulla A26, a Mele, e il Paolillo in Puglia. Aspi: "I nostri ponti sono sicuri"
2019-09-14T07:40:15+00:00

Sono nove le misure cautelari eseguite dalla Guardia di Finanza di Genova nell’ambito dell’inchiesta bis riguardante i report “ammorbiditi” sulle condizioni dei viadotti gestiti da Autostrade. Le misure, tre arresti domiciliari e sei misure interdittive, riguardano i presunti falsi report sui viadotti Pecetti della A26, in Liguria (nel comune di Mele), e il Paolillo, piccolo ponte che sovrasta l’omonimo torrente, sull’A16 Napoli-Canosa a Canosa di Puglia (Barletta-Andria-Trapani). I controlli dei finanzieri hanno accertato che i risultati delle verifiche venivano taroccati al ribasso per evitare che il tratto autostradale venisse penalizzato vietando il passaggio dei mezzi eccezionali o peggio, nei casi più gravi, chiusi al traffico.

La stessa inquietante opera di falsificazione che si ritiene potrebbe essere stata effettuata su Ponte Morandi, le cui criticità potrebbero essere state nascoste proprio per non danneggiare Autostrade per l’Italia: l’indagine su questo, che è il filone di partenza degli accertamenti dei finanzieri, però non  è ancora conclusa. Al momento, sono finiti ai domiciliari Massimiliano Giacobbi (Spea), Gianni Marrone (direzione VIII tronco) e Lucio Torricelli Ferretti (direzione VIII tronco). Le misure interdittive, sospensione dai pubblici servizi per 12 mesi, riguardano tecnici e funzionari di Spea e Aspi: Maurizio Ceneri; Andrea Indovino; Luigi Vastola; Gaetano Di Mundo; Francesco D’antona e Angelo Salcuni. Le misure cautelari sono state firmate dal Gip Angela Nutini, su richiesta del pubblico ministero Walter Cotugno.

Secondo i militari del primo gruppo della Guardia di Finanza di Genova, sarebbero state ‘edulcorate’ le relazioni sullo stato dei viadotti controllati. Per l’accusa, in certi casi, i report erano quasi routinari e quindi non corrispondenti al vero stato dei viadotti. La circostanza era emersa nel corso degli interrogatori dei testimoni durante le indagini sul crollo di Ponte Morandi. In particolare i tecnici di Spea avevano raccontato agli inquirenti che i report “talvolta erano stati cambiati dopo le riunioni con il supervisore Maurizio Ceneri mentre in altri casi era stato Ceneri stesso a modificarli senza consultarsi con gli altri”.

In particolare, il report sul viadotto Pecetti in A26, sarebbe servito a garantire il passaggio di un trasporto eccezionale da 141 tonnellate. Un cavo si era rotto nell’agosto del 2018 e Maurizio Ceneri avrebbe compilato il documento che attestava falsamente la perdita di precompressione al 18% a fronte di quella reale del 33%. I report erano stati redatti a settembre e ottobre, a indagini in corso. Per quel che riguarda il Paolillo, sulla A16, invece, le false relazioni avrebbero riguardato la mancata indicazione che la realizzazione del viadotto era avvenuta in modo difforme dal progetto esecutivo e che quindi non era possibile garantire la sicurezza statica del manufatto. In questo caso, i militari avrebbero ricostruito che i funzionari e i tecnici di Spea avrebbero ricevuto pressioni dai dirigenti della direzione dell’VIII tronco di Bari, quindi da Aspi.

“Per la maggior parte degli indagati le esigenze cautelari sono anche correlate al pericolo di inquinamento probatorio. Se rispetto ad alcuni può ritenersi che l’interdizione sia sufficiente, vi sono altri che hanno dimostrato un’assoluta spregiudicatezza a compiere attività per contrastare le indagini. Per questi non possono ritenersi adeguate le misure interdittive, poiché non consentirebbero di prevenire l’inquinamento probatorio, anche in relazione della distorta logica aziendale. Esiste il concreto e attuale pericolo che, in relazione a taluni indagati, l’allontanamento dal ruolo ricoperto non li distolga dal continuare a inquinare le indagini, potendo confidare in un tornaconto, anche di tipo economico, come ventilato da Donferri a Berti in relazione a un’acquisizione documenti sul ponte di Avellino: Donferri gli suggerisce di tenere una certa condotta perché è più proficua rispetto a collaborare. In relazione a tali indagati deve essere applicata una misura coercitiva che li contenga, precludendo rapporti col mondo esterno”.

Gli altri viadotti finiti sotto il mirino dei finanzieri oltre ai due interessati da questa tranche d’inchiesta sono: il Sei Luci, segmento nella parte terminale dell’A7 verso Genova, a ridosso del Morandi; il Gargassa, sull’A26, a Rossiglione (Genova); il Moro, sull’A14 Bologna-Taranto a Ortona (Chieti).

C’è una disinvoltura degli indagati a modificare le relazioni tecniche “in spregio alle loro finalità di sicurezza”. Lo scrive il gip nell’ordinanza sui falsi report sui viadotti. In una conversazione del 20 novembre 2018 Andrea Indovino, dell’ufficio controlli strutturali di Spea, è con Giacobbi, e parlando dello stato del ponte Paolillo osserva: “Ma se esce il problema, poi diventa non più colposo, ma doloso. E a quel punto lì…”. Secondo il giudice, Indovino cerca di superare sulla carta i vincoli che deriverebbero dallo stato degli accertamenti. Ma anche con maldestre cancellazioni dei file dai computer. “E’ proprio tale approccio”, scrive il gip, che fa “ritenere che senza l’applicazione di una misura cautelare, l’indagato reitererà sicuramente analoghe condotte”. Il dirigente dell’VIII tronco di Bari, Marrone “agisce metodicamente per ostacolare l’attività di controllo degli ispettori ministeriali ed evitare così imposizioni dettate da esigenze di sicurezza. Già condannato in primo grado l’11 gennaio alla pena di 5 anni e 6 mesi in relazione ai reati di omissione di vigilanza e alla manutenzione del viadotto Acqualonga, ha perseverato durante il dibattimento nelle proprie condotte. Per l’indagato, come è naturale tentare di sottrarre ogni possibile informazione agli ispettori ministeriali ed indurre il genio civile a compiere errate valutazioni, è altrettanto fisiologico non collaborare con gli inquirenti. I due indagati dell’ufficio legale di Spea, Di Mundo e D’Antona “avrebbero subito imbarazzanti pressioni per fare a loro volta pressioni sui redattori delle relazioni. Emerge dunque la pervicacia nel raggiungere l’illecito obiettivo di sottrarre al ministero informazioni importanti ai fini della sicurezza dei trasporti”.

LA REPLICA DI ASPI “In merito alle notizie di stampa che riguardano i provvedimenti adottati dalla magistratura genovese con riferimento ai viadotti Pecetti e Paolillo – si legge in una nota diffusa in mattinata – Autostrade per l’Italia conferma nuovamente la sicurezza di tali opere, dove gli interventi di manutenzione sono stati conclusi diversi mesi fa. Sulla scorta delle informazioni fornite dalle direzioni di Tronco competenti, la società ha inviato lo scorso 4 dicembre 2018 al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti un report contenente il Mdettaglio degli interventi manutentivi realizzati e delle verifiche effettuate sui viadotti della rete, tra cui il Pecetti e il Paolillo. In nessun caso è stato riscontrato alcun problema riguardante la sicurezza di questi e altri viadotti oggetto di indagine, che sono stati verificati anche da società esterne specializzate in tale tipo di monitoraggi, oltre che dai competenti uffici ispettivi del Ministero. Si ricorda che il viadotto Paolillo è un ponticello di 11 metri, Completamente ristrutturato, rispetto al quale, per quanto a conoscenza della Società, l’indagine riguarderebbe una presunta marginale discrepanza tra le analisi progettuali e la costruzione finale. Per quanto riguarda il Pecetti, si conferma che l’opera è totalmente ristrutturata ed è stata oggetto di ripetute verifiche. In ogni caso ASPI segnala che, a scopo meramente cautelativo, aveva già provveduto a cambiare la sede operativa dei due dipendenti oggi interessati dai provvedimenti della magistratura. Anche sulla scorta delle informazioni che potrà assumere e approfondire nel corso delle prossime ore, Autostrade per l’Italia si riserva di attivare ulteriori azioni a propria tutela, restando a disposizione degli organi inquirenti.

Molte le reazioni politiche alla notizia. “Mi auguro che chiunque abbia delle responsabilità paghi e paghi pesantemente – ha detto il deputato leghista Edoardo Rixi – perché una situazione come quella del crollo del ponte Morandi che abbiamo vissuto, non si deve più ripetere. Penso che in questo caso la giustizia deve essere veloce e ci devono essere delle sentenze chiare”.

“Se confermato dagli esiti giudiziari della vicenda – ha commentato invece la capogruppo Pd in commissione trasporti Raffaella Paita – il quadro emerso sul sistema dei monitoraggi dei viadotti è grave e inquietante. Quando in ballo c’è la sicurezza delle persone, non possono essere ammesse ombre sul rigore con cui vengono svolti controlli sulle infrastrutture. Il monitoraggio e le conseguenti attività di manutenzione delle strutture sono questioni delicatissime e, come tali, devono essere svolte nel modo più approfondito possibile. Auspichiamo per questo che la magistratura accerti in tempi rapidi ogni responsabilità e individui, se ci sono, quali sono le possibili falle o escamotage che possono indebolire nel sistema di monitoraggio dei viadotti. Da parte nostra lavoreremo come priorità sul piano legislativo per arrivare a ulteriori meccanismi di rafforzamento dei controlli nel quadro della revisione delle concessioni, anche a partire dal lavoro della commissione”.

ATLANTIA AVVIA AUDIT INTERNO SUI FATTI 

Il cda di Atlantia, alla luce delle notizie di stampa sui provvedimenti cautelari disposti dalla magistratura nei confronti di alcuni dipendenti di Spea Engineering e Autostrade per l’Italia, sulla base della contestazione del reato di falso su alcuni dati di monitoraggio relativi ai viadotti Pecetti e Paolillo, “ha deliberato l’avvio immediato di un audit sui fatti emersi, da affidarsi a primaria società internazionale, finalizzato a verificare la corretta applicazione delle procedure aziendali da parte delle società e delle persone coinvolte”. Lo si legge in una nota.

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