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Nicola: "Il Genoa è qualcosa di speciale, credo ciecamente alla salvezza"

di Redazione

Il tecnico su Instagram risponde ai tifosi: "A Genova mi sento a casa"

Si è rivelata ricca di successo l'iniziativa organizzata dal tecnico del Genoa Davide Nicola sui social network. L'allenatore ha chiesto nella giornata di ieri alcune domande da parte dei tifosi rossoblu. Detto, fatto. In poco meno di 24 ore il tecnico ha ricevuto decine di email. Nicola ha quindi selezionato alcuni quesiti e ha risposto attraverso un video pubblicato su Instagram. Un'iniziativa del tutto inedita ma molto apprezzata dai tifosi. 

Quali sono le caratteristiche imprescindibili per un allenatore? “Non ci sono protocolli uguali per tutti. Parlo di almeno quattro caratteristiche che ritengo fondamentali: anzitutto l’empatia. Poi il cosiddetto “ascolto attivo”, che è l’ascolto senza pregiudizi: ti dà la possibilità di porti davanti al tuo interlocutore sospendendo il giudizio e raccogliendo tutti i feedback necessari per rispettare le esigenze del gruppo e dei singoli; umiltà (non ce n’è mai abbastanza); competenza per fornire soluzioni. “Siamo organismi biologici e quando parliamo di allenamento tecnico, fisico o psicologico non parliamo di cose separate, ma interdipendenti. È una visione olistica. Con una metafora informatica, hardware e software lavorano sempre in maniera congiunta: nulla si può separare”.

Mimmo Criscito, secondo lei, è bravo a battere i calci di rigore? “Intanto bisogna essere bravi a prendersi la responsabilità di batterli perché farlo in allenamento è un conto, farlo in determinati momenti della partita è un altro. Per Criscito i numeri dimostrano e oggettivano che sia abile a prendersi la responsabilità di batterli, anche se in squadra abbiamo tanti altri giocatori che hanno questa qualità”. 

Come sta passando questo periodo? "Sono a Genova in attesa. Vediamo quanto in attesa”.

Ha lasciato dei compiti da svolgere ai calciatori? “I giocatori hanno certamente qualcosa da fare a casa. Nello specifico, si dividono tra lavori fisici e di potenziamento aerobico e poi un ripasso tecnico-tattico con video individuali su punti di forza e aree di miglioramento. Si cerca di tenerli attivi e reattivi cercando di portare avanti una nostra normalità in un momento non semplice”.

Chi è il più forte giocatore per ogni ruolo in questo momento? “Sicuramente i miei. Sono convinto che devi credere ciecamente nelle persone che guidi: solo così ottieni da loro il massimo potenziale”.

 

Quali consigli si sente da dare ai giovani che vogliono diventare allenatori? “Partiamo da un concetto: coltivare la nostra passione. Non c’è alcun lavoro che possa prescindere da questo. Continuare a coltivarla è fondamentale. Pensateci bene: se anche poi qualcuno non facesse qualcosa che non desidera, farebbe comunque qualcosa che gli piace. E diventa una vita più soddisfacente. Che consigli darei ad un giovane allenatore e se non aver giocato ad alti livelli toglie qualche possibilità? Assolutamente no, e c’è una dimostrazione pratica: non tutti quelli che hanno giocato ad alti livelli sono diventati grandi allenatori. Ripeto: serve grande passione e portarla avanti con curiosità. Non è mai tempo perso”.

Qual è la sua idea di calcio? “Mi piace un calcio veloce, propositivo, molto aggressivo. Mi piace costruire da dietro per poter arrivare sulla linea degli attaccanti. Se ho 95/100 minuti a disposizione non voglio perdere tempo, bisogna aggredire l’avversario. E mi piace un’organizzazione maniacale sulla lettura della partita e sulla fase di non possesso. La mia idea è attaccare gli altri e poter dominare il gioco: non sempre ci si riesce perché ci sono gli avversari e in alcune partite devi adottare strategie diverse, ma ciò non cambia l’idea di gioco che vogliamo fare”.

Come cercherai di caricare i giocatori per una partita come il derby? “Ti dirò che il derby non è da preparare da un punto di vista emotivo. È un piacere giocarlo e dirigerlo, nel mio caso. Sono quelle partite particolari che rappresentano la passione di un’intera città. Semmai bisogna essere molto abili a saper cosa fare in campo, cercando di equilibrare le emozioni. Questo fa la differenza”.

Come ha fatto a trasformare in così breve tempo il gruppo? “Per me è stato molto naturale: una volta arrivato ho detto quale fosse la mia idea di gruppo e di calcio. Si è fatta un’analisi dei giocatori a disposizione e si è deciso di iniziare a lavorare su alcune priorità. Da loro ho comunque imparato molto di più: in qualche modo ci siamo completati a vicenda”. 

Come ti senti ad aver conquistato i tifosi in così poco tempo? “Non sono domande facili. Qui a Genova mi sento a casa, è una realtà che mi fa stare bene e mi è naturale rappresentarla. A tutto il resto mi viene difficile risponderti perché non lo permette la situazione contingente. Il Genoa da sempre ha rappresentato per me qualcosa di speciale, da giocatore e oggi da allenatore. Cosa mi ha portato a scegliere il Genoa? Sono arrivato qui a quattordici anni, ho fatto il settore giovanile con allenatori importantissimi come Mainetto, Maselli, lo stesso Perotti una volta usciti dal settore giovanile. Attraverso questi grandi maestri e la fortuna di poter giocare in questo settore giovanile mi è stato trasmesso qualcosa, come l’importanza di indossare questa maglia. Ci si avvicinava alla prima squadra con un rispetto incredibile. E poi io gran parte del percorso scolastico l’ho fatto qui, mia moglie è di Genova e 4 dei miei cinque figli sono nati a Genova”.

Qual è stato il momento più emozionante da quando sei allenatore del Genoa? “Senza dubbio la partita contro la Lazio con gli applausi dei nostri tifosi. Lì mi sono reso conto che la gente iniziava ad apprezzare l’idea di gioco che mettevamo in campo. È la dimostrazione che quando riesci a fare immedesimare le persone nella passione che trasmetti, non è vero che il calcio è solo risultati, ma è passione e riconoscimento da parte dei propri tifosi”. 

Come stanno i vostri familiari e quelli dello staff? “Credo non ci si possa lasciare andare, altrimenti se siamo preda sempre e solo di ciò che ci gira intorno rischiamo di perdere molto più di quello che già si sta rischiando. Ognuno cerchi di rispettare le regole e portare avanti ciò che siamo come esseri umani, quindi anche le nostre passioni”.

Che libro stai leggendo in questo momento? “Sto leggendo libri di natura tecnica per tenermi aggiornato e allenato, per poter magari confrontare idee differenti. In questo momento esclusivamente letture tecniche”. 

Come fa a mantenere alta la concentrazione e acquisire la fiducia dei giocatori? “Intanto bisogna essere sé stessi, che significa farsi vedere per come si è. Farsi vedere senza filtri è l’aspetto migliore in ogni relazione. Considera che alleno dei professionisti, che sono d’élite dello sport calcio. Bisogna dedicare molto tempo a tutti e il lavoro del tecnico non è tanto il lavoro di campo, ma ciò che vai a fare fuori. È facile non fare giocare un giocatore dicendogli che preferisci un compagno che interpreta meglio una posizione, rispettando meglio i principi della squadra. Noi però abbiamo anche una responsabilità che è aiutare a migliorare i giocatori. Mettersi lì, accompagnarli, dedicare loro percorsi individuali, ascoltando tutti, fa la differenza. Ci saranno giocatori che in campo avranno più importanza, ma perché gli stessi compagni li reputano così. Ma dal punto di vista delle qualità e delle relazioni non c’è uno più importante di un altro”.

Ci possiamo salvare? “Ci credo ciecamente e lo desidero fortemente. Sono certo che attraverso questo percorso di lavoro intrapreso raggiungeremo ciò che vogliamo”.