Caso Malagò, Procura generale Coni boccia l’archiviazione: presidenza Figc è a rischio
di steris
Il caso Giovanni Malagò rischia di trasformarsi in un nuovo terremoto per il calcio italiano. La Procura generale dello Sport, guidata da Ugo Taucer, ha infatti respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Figc sul mancato tesseramento dell’attuale presidente federale al momento della candidatura.
Una decisione destinata a riaprire una vicenda che potrebbe avere conseguenze pesantissime: secondo l’interpretazione delle norme federali sostenuta da Taucer, Malagò non avrebbe avuto i requisiti necessari per candidarsi alla presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio. E se questa lettura dovesse essere confermata dagli organi competenti, l’elezione potrebbe essere messa in discussione.
La questione nasce da un esposto presentato durante la campagna elettorale dall’avvocato Renato Miele, ex calciatore della Lazio, che aveva tentato di concorrere alla presidenza senza ottenere il sostegno delle componenti federali richiesto dalle regole elettorali. La sua iniziativa, sul piano principale, non aveva ottenuto finora risultati favorevoli nei tribunali. Ma nel ricorso era contenuto un elemento che si è rivelato potenzialmente esplosivo: la posizione di Malagò rispetto al tesseramento Figc.
Il nodo è apparentemente tecnico, ma potrebbe avere effetti politici e istituzionali enormi. L’articolo 29 dello Statuto Figc stabilisce infatti che possono essere eletti o nominati alle cariche federali coloro che risultano “in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura”. Anche i principi informatori del Coni richiamano la necessità della validità del tesseramento al momento dell’assemblea elettiva.
Ed è proprio qui che si concentra la contestazione. Malagò, pur praticando abitualmente il calcio amatoriale al Circolo Canottieri Aniene, non risultava tesserato Figc attraverso il club romano, affiliato invece ad altre federazioni sportive, tra cui quelle del nuoto, del canottaggio e della vela.
La vicenda è così arrivata all’attenzione della Procura generale dello Sport. Il 15 luglio, dopo gli approfondimenti sollecitati dalla questione e l’udienza davanti al Collegio di Garanzia relativa al ricorso di Miele, Taucer ha imposto alla Procura Figc di aprire un fascicolo.
L’indagine si è conclusa con una richiesta di archiviazione da parte del procuratore federale Giuseppe Chiné. Nella documentazione trasmessa al Coni, quasi quaranta pagine, la Procura Figc ha per la prima volta messo nero su bianco proprio il dato contestato: al momento della candidatura Malagò non era tesserato Figc.
La Procura federale ha però sostenuto che il tesseramento non costituisse, di per sé, una condizione indispensabile per poter essere candidato, distinguendo tra l’obbligo di essere “in regola” con il tesseramento e l'esistenza stessa di un tesseramento.
Una distinzione che Taucer non ha condiviso.
Nella sua decisione, il procuratore generale osserva infatti che dall’analisi delle norme emerge una ricostruzione diversa da quella proposta dalla Procura Figc. Il punto centrale è semplice: non sarebbe possibile essere considerati “in regola” con un tesseramento se, prima ancora, non si è tesserati.
Se questa interpretazione dovesse prevalere, il problema non sarebbe dunque una semplice irregolarità burocratica da sanare, ma un vizio che avrebbe accompagnato la candidatura fin dall’origine.
Taucer ha inoltre chiesto alla Procura federale di rimettere la questione agli organi competenti, invitandoli a elaborare criteri chiari e condivisi con il Coni per evitare che in futuro possano ripetersi situazioni analoghe. Palazzo H, quindi, sarà coinvolto direttamente nella definizione delle regole.
Ma il vero interrogativo riguarda il presente: che cosa succederà adesso a Malagò?
La decisione finale potrebbe spettare proprio al Coni guidato da Luciano Buonfiglio. La questione potrebbe arrivare già sulla scrivania della prossima Giunta nazionale, attualmente prevista per il 15 settembre. Un passaggio dal sapore paradossale, considerando che nella stessa Giunta siede anche Malagò, in qualità di membro del Cio.
Se dovesse essere applicata l’interpretazione più rigorosa delle norme, per il presidente federale si aprirebbe lo scenario della decadenza dalla carica, con conseguenze potenzialmente estese anche agli atti adottati durante il suo mandato.
Uno scenario tutt’altro che semplice da gestire. È infatti praticamente certo che una decisione di questo peso aprirebbe una nuova battaglia giudiziaria: dal Collegio di Garanzia del Coni fino alla giustizia amministrativa, con possibili ricorsi al Tar e, successivamente, al Consiglio di Stato.
Il rischio, per il calcio italiano, sarebbe quindi quello di ritrovarsi nuovamente davanti a una lunga fase di incertezza istituzionale, proprio mentre la Federazione è chiamata ad affrontare questioni decisive per il futuro del movimento.
La partita sul tesseramento, nata come un dettaglio apparentemente formale, potrebbe dunque trasformarsi nella più delicata crisi della Figc degli ultimi anni. E la domanda, a questo punto, è inevitabile: Giovanni Malagò resterà davvero presidente della Federazione?
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