Genova, operazione da record a Voltri: scoperte 355 piante di cannabis, arrestati due albanesi

di Claudio Baffico

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Genova, operazione da record a Voltri: scoperte 355 piante di cannabis, arrestati due albanesi

Quella che sembrava una semplice attività di manutenzione in un capannone semiabbandonato sulle alture di Voltri si è trasformata in una delle più importanti operazioni antidroga degli ultimi mesi a Genova. A far scattare i controlli sono stati alcuni lavori effettuati con discrezione all'interno di un edificio di via delle Fabbriche, movimenti che hanno attirato l'attenzione e spinto gli investigatori a monitorare la struttura per diverse settimane.

I sospetti si sono rivelati fondati quando gli agenti della Squadra Mobile di Genova, coordinati dal dirigente Carlo Bartelli e dal vice Antonino Porcino, hanno fatto irruzione nell'immobile scoprendo una vasta piantagione di marijuana indoor. All'interno degli oltre 850 metri quadrati del capannone erano coltivate 355 piante di cannabis, alte più di un metro e ormai prossime alla raccolta. A presidiare la serra sono stati trovati due cittadini albanesi di 29 e 32 anni, arrestati con l'accusa di coltivazione e detenzione di sostanze stupefacenti.

La scoperta ha aperto scenari investigativi più ampi. Gli inquirenti ritengono infatti che la produzione fosse destinata ad alimentare direttamente il mercato dello spaccio genovese. L'obiettivo sarebbe stato quello di creare una filiera della droga a "chilometro zero", riducendo la necessità di trasportare lo stupefacente da altre regioni o dall'estero e limitando così il rischio di intercettazioni e sequestri durante le fasi di approvvigionamento.

L'inchiesta, affidata alla sostituta procuratrice della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo Monica Abbatecola, punta ora a risalire ai livelli superiori dell'organizzazione. Gli investigatori sono convinti che i due arrestati rappresentino soltanto l'ultimo anello della catena e che dietro la coltivazione possa nascondersi una struttura criminale ben più articolata.

Tra le ipotesi al vaglio emerge quella di un coinvolgimento della criminalità organizzata albanese, già da anni protagonista di numerose indagini sul traffico e sulla produzione di cannabis in Italia e nei Balcani. Si tratta per il momento di un sospetto investigativo, ma gli elementi raccolti presenterebbero diverse analogie con operazioni condotte in altre regioni italiane e con i modelli produttivi individuati negli ultimi anni dalle autorità del Paese delle Aquile.

Secondo gli investigatori, la strategia delle organizzazioni criminali albanesi sarebbe cambiata dopo la stretta avviata nel 2014 contro le storiche coltivazioni di cannabis concentrate nell'area di Lazarat. Le continue operazioni di contrasto e i controlli aerei hanno progressivamente ridotto gli spazi per la produzione illegale in Albania, spingendo alcuni gruppi a trasferire parte delle attività direttamente sul territorio italiano, attraverso serre nascoste e impianti tecnologicamente avanzati.

Un elemento che rafforza questa pista arriva da un'altra recente operazione antidroga. A Farindola, in provincia di Teramo, la polizia ha scoperto quasi in contemporanea una coltivazione indoor dalle caratteristiche molto simili a quella di Voltri. Nel casolare abruzzese sono state sequestrate oltre 370 piante di marijuana e arrestati tre cittadini albanesi. Anche in quel caso le serre erano equipaggiate con sistemi professionali per la coltivazione: tende indoor, impianti di ventilazione, filtri, inverter, lampade alogene e sofisticati sistemi di controllo ambientale.

Gli investigatori stanno verificando possibili collegamenti tra le due operazioni. Le attrezzature sequestrate presenterebbero infatti notevoli somiglianze e, secondo i primi accertamenti, alcuni dei macchinari utilizzati potrebbero appartenere agli stessi marchi rinvenuti nel capannone genovese. Un dettaglio che alimenta il sospetto di una regia comune dietro le due coltivazioni.

Parallelamente proseguono gli approfondimenti sulla disponibilità dell'immobile di via delle Fabbriche. La Direzione distrettuale antimafia vuole accertare chi abbia acquistato o preso in locazione il capannone e se siano stati utilizzati eventuali prestanome per nascondere i reali beneficiari dell'operazione. Gli investigatori hanno già richiesto documentazione catastale e amministrativa per ricostruire la storia della proprietà e i passaggi che hanno portato all'utilizzo dello stabile.

Fondamentale potrebbe rivelarsi anche la collaborazione dei due arrestati. Finora entrambi hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere durante gli interrogatori, mantenendo il massimo riserbo sulla provenienza delle piante, sui finanziatori dell'attività e sui destinatari finali della droga. Gli inquirenti, però, sono convinti che la scoperta della maxi-serra rappresenti soltanto il primo passo di un'indagine destinata ad allargarsi ben oltre le alture di Voltri.

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