Chiavari, caso Cella: Cecere presenta appello e getta ombre su Soracco
di Claudio Baffico
Nuovo affondo della difesa di Annalucia Cecere sul caso Nada Cella. Con il ricorso depositato contro la condanna a 24 anni inflitta in primo grado per l'omicidio della segretaria chiavarese, l'avvocato Giovanni Roffo chiede ai giudici d'appello non soltanto di ribaltare il verdetto della Corte d'Assise, ma anche di riaprire l'analisi su una serie di piste alternative che, a suo avviso, non avrebbero ricevuto l'attenzione investigativa necessaria.
Tra i punti centrali dell'impugnazione figura il rapporto tra Nada Cella e il suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco, oltre al comportamento tenuto da Fausta Bacchioni nelle ore successive al delitto. La donna ha sempre dichiarato di essere rimasta in casa, ma alcune testimonianze la collocherebbero nei pressi dell'edificio e successivamente seduta su una panchina in evidente stato di agitazione.
Secondo il legale, nella Chiavari degli anni Novanta avrebbe operato una sorta di "cerchio magico" riconducibile a Marisa Bacchioni, madre di Soracco, che nel tempo avrebbe contribuito a costruire una narrazione alternativa dei fatti finalizzata ad allontanare i sospetti dal figlio. Nelle 93 pagine del ricorso, Roffo critica duramente le motivazioni della Corte d'Assise presieduta da Massimo Cusatti, sostenendo che la decisione sia stata fondata su una ricostruzione sorretta da congetture, supposizioni e illazioni, utilizzate per consolidare l'impianto accusatorio.
Le piste alternative indicate dalla difesa conducono innanzitutto all'ambiente professionale in cui lavorava la vittima. Per Roffo, le difficoltà nel rapporto tra Soracco e la segretaria, insieme al forte disagio personale manifestato da Nada nelle settimane precedenti alla morte, rappresentano elementi che avrebbero richiesto verifiche più approfondite e che potrebbero suggerire scenari diversi rispetto a quelli accolti dai giudici di primo grado.
Particolare attenzione viene dedicata alle ultime ore di vita della giovane. L'avvocato evidenzia come Nada si fosse recata in ufficio il sabato precedente all'omicidio per svolgere alcune attività lavorative e come, la mattina del delitto, fosse arrivata nello studio con circa un'ora di anticipo rispetto al consueto. Circostanze che, secondo la difesa, non sarebbero state adeguatamente analizzate. A sostegno di questa tesi, Roffo ricorda anche una confidenza fatta dalla vittima alla madre poche settimane prima di morire: avrebbe dichiarato che, piuttosto che continuare a lavorare per Soracco, avrebbe preferito "andare a lavare le scale".
Tra gli aspetti ritenuti trascurati compare anche la questione dei rumori percepiti dai residenti del palazzo di via Marsala. Diversi condomini riferirono di aver sentito acqua scorrere, porte sbattere, oggetti cadere e persone correre lungo le scale, ma nessuno avrebbe udito il suono di un campanello. Un elemento che, per il difensore, meriterebbe ulteriori riflessioni, dal momento che chi entrò nello studio avrebbe necessariamente dovuto bussare o farsi annunciare.
Nel ricorso trova spazio anche il comportamento di Fausta Bacchioni. Pur avendo sempre negato di essersi allontanata dalla propria abitazione, alcuni testimoni avrebbero riferito di averla vista più volte nei dintorni dello stabile e, nel pomeriggio, seduta su una panchina in uno stato di forte turbamento. Circostanze che, secondo la difesa, avrebbero dovuto essere oggetto di verifiche più approfondite.
Roffo torna inoltre sul ruolo attribuito a Marisa Bacchioni, sostenendo che attorno al figlio si sarebbe formato nel tempo un gruppo composto da amici, vicini di casa e conoscenti che avrebbe contribuito a indirizzare i sospetti verso Annalucia Cecere, favorendo al contempo una lettura dei fatti favorevole a Soracco.
L'avvocato sottolinea poi che negli atti processuali non esisterebbe alcuna prova concreta a sostegno della tesi secondo cui Soracco avrebbe ordinato a Nada di non passargli più le telefonate dell'imputata. Quanto alla telefonata intercorsa tra Marisa Bacchioni e una segretaria rimasta anonima, il legale ritiene, in linea con quanto osservato dalla stessa Corte d'Assise, che si sia trattato di una vera e propria messa in scena organizzata dalla donna.
Fortemente contestata anche la ricostruzione del presunto rapporto tra Cecere e Soracco. Secondo Roffo, la versione accolta in primo grado sarebbe il risultato di una narrazione romanzata, costruita attraverso una sequenza di elementi privi di un reale riscontro probatorio e più vicina a un racconto di fantasia che a una rigorosa ricostruzione giudiziaria.
Infine, la difesa mette in discussione la testimonianza della mendicante che dichiarò di aver visto Annalucia Cecere allontanarsi dal luogo del delitto con una mano ferita e sporca di sangue. A tal proposito vengono richiamate le deposizioni di un maresciallo dei carabinieri e di un ex fidanzato dell'imputata, entrambi concordi nell'affermare di averla incontrata nei giorni immediatamente successivi all'omicidio senza notare alcuna lesione o ferita alle mani.
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