Abiti da lavoro ecosostenibili: tra innovazione e rischio greenwashing
di Stefano Rissetto
Materiali riciclati, certificazioni e gestione del fine vita: cresce l’attenzione alla sostenibilità, ma aumentano anche i rischi di greenwashing
La sostenibilità sta entrando sempre più nel mercato dell’abbigliamento da lavoro, spinta dalle nuove norme europee, dalle richieste dei grandi committenti e dagli obiettivi ESG delle aziende. Per i settori della logistica, della movimentazione e del cleaning, però, non basta definire un capo «green»: occorre poter dimostrare concretamente le sue caratteristiche ambientali.
Tra i materiali più utilizzati c’è il poliestere riciclato (rPET), ottenuto da bottiglie e scarti tessili. È resistente e riduce l’impiego di materia prima vergine, ma presenta ancora il problema del rilascio di microplastiche durante i lavaggi.
Un’alternativa è il cotone biologico certificato GOTS, che garantisce requisiti ambientali e sociali lungo la filiera. Si stanno inoltre affacciando materiali come Tencel e canapa, ancora poco diffusi nel workwear professionale ma già utilizzati in alcune applicazioni.
Un altro elemento centrale è il fine vita dei capi. I programmi di ritiro e riciclo (take-back) possono aiutare le aziende a gestire gli indumenti dismessi e a documentare il contributo all’economia circolare all’interno dei propri report ESG.
A fare la differenza contro il greenwashing sono soprattutto le certificazioni verificabili da soggetti terzi. Tra quelle più rilevanti figurano GRS per i materiali riciclati, GOTS per le fibre biologiche e OEKO-TEX Standard 100 per la verifica dell’assenza di sostanze nocive.
Anche la tracciabilità della filiera è un indicatore importante: un fornitore realmente orientato alla sostenibilità dovrebbe poter documentare origine delle fibre, processi produttivi e catena di fornitura. Al contrario, claim generici come «green» o «eco-friendly» senza prove e certificazioni rappresentano un possibile campanello d’allarme.
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