Il prezzo del gasolio alla pompa vola a 2,281 euro al litro, ma questa volta non è uno shock passeggero. Secondo l’ultimo speciale di Mobility Magazine , pubblicato in collaborazione con Basco&T Consulting e Ferpress, il settore del trasporto pubblico locale (TPL) sta affrontando una crisi strutturale che richiede una rivoluzione radicale: trasformare i vecchi bonus d’emergenza in una regola fissa ex ante.
Il diesel si sgancia dal petrolio
La prima verità emersa dallo studio è geopolitica: il costo del diesel non segue più le fluttuazioni del greggio (Brent). Il vero imbuto globale è diventata la raffinazione. Tra droni in Russia e attacchi missilistici nel Golfo Persico, gli impianti di trasformazione sono i bersagli principali dei conflitti. Il risultato è il decollo del “Crack Spread” (il margine di chi raffina il carburante), balzato dai normali 15-25 dollari al barile a un record di oltre 100 dollari. Ricostruire queste infrastrutture richiede mesi: il diesel rimarrà strutturalmente caro.
La trappola dei contratti e il tesoretto dello Stato
In questa tempesta, i bus si trovano in trappola. A differenza delle aziende private, il TPL non può ritoccare le tariffe da un giorno all’altro per coprire i rincari, perché i ricavi sono blindati da lunghi tempi amministrativi. I crediti d’imposta concessi finora sono stati solo un palliativo: stanziamenti insufficienti e rimborsi tagliati ex post impediscono ai manager di pianificare un budget credibile.
C’è però un paradosso: mentre le aziende di trasporto affogano nei costi, lo Stato si arricchisce. Più sale il prezzo industriale, più aumenta l’IVA pagata alla pompa (arrivata a 0,39 euro al litro). Questo meccanismo sta garantendo alle casse pubbliche un extragettito stimato in circa 1,89 miliardi di euro all’anno rispetto al 2024; un tesoretto incassato “a costo zero” a causa delle sole tensioni internazionali.
La proposta: il “Fondo di stabilizzazione” automatico
La ricetta di Basco&T punta a inserire una formula matematica fissa e trasparente direttamente nei contratti di servizio delle aziende, sul modello di un’assicurazione pubblica contro gli eventi estremi. Il piano si articola su quattro pilastri:
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- Attivazione automatica: Il fondo scatta appena il prezzo industriale del gasolio (dati MASE) supera una soglia di guardia del 10-15%.
- Compensazione parziale: Il ristoro copre solo i litri usati per il servizio pubblico e prevede una franchigia, lasciando il rischio ordinario a carico dell’impresa per stimolare l’efficienza.
- Costo netto residuo: Dal contributo si sottraggono gli altri aiuti (es. rimborsi accise) per evitare sovra-compensazioni.
- Uscita automatica: Lo stabilizzatore si spegne da solo quando i prezzi rientrano sotto la soglia per più trimestri.
Come finanziarlo?
Utilizzando una quota del miliardo e ottocento milioni di extragettito IVA registrato dal MEF. Un precedente normativo esiste già (il decreto dell’8 maggio 2026, che ha usato 191 milioni di extra-IVA per tagliare le accise) e dimostra che la strada è percorribile. Lo speciale suggerisce infine di vincolare una parte delle risorse alla transizione ecologica (es. bus elettrici), riducendo l’esposizione al diesel di domani.