Capolavoro
Letteratura: torna "Pastorale americana" di Philip Roth nella nuova traduzione del genovese Matteo Codignola
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La sua capacità di raccontare e di essere al di fuori degli schemi lo ha reso assai popolare sin dalle sue prime apparizioni, ormai molti anni fa, in televisione
Abile affabulatore, colto e brillante, Alessandro Baricco è da molti anni uno dei protagonisti più originali e provocatori del mondo letterario e di quello musicale. La sua capacità di raccontare e di essere al di fuori degli schemi lo ha reso assai popolare sin dalle sue prime apparizioni, ormai molti anni fa, in televisione. Prevedibile, dunque, la gran folla per il suo spettacolo Notte eretica, ispirato al suo recente libro Breve storia eretica della musica e realizzato con la direzione creativa di Gloria Campaner, ospitato al Teatro Carlo Felice di Genova dalla Gog.
Lunga serpentina agli ingressi per accaparrarsi un posto nelle prime file, visto che i biglietti per volere degli autori non erano numerati. Entrando in sala, il pubblico ha trovato l'Orchestra Canova già schierata sul palcoscenico con il direttore Enrico Saverio Pagano immobile sul podio. E mentre tutti prendevano posto, le diverse sezioni strumentali, a turno, provavano alcuni passi dal Preludio del Parsifal di Wagner. Una volta entrato Baricco, il direttore ha alzato la bacchetta e il preludio wagneriano si è dipanato in tutto il suo fascino sonoro.
Notte eretica è un viaggio a ritroso nella musica alla ricerca della sua essenza più genuina. "La musica - sosteneva Leonardo da Vinci - è figurazione dell'invisibile". Prima di ogni struttura compositiva, prima di ogni rapporto matematico, c'è il suono, un soffio immateriale, impalpabile e Baricco ha cercato di guidare lo spettatore indietro nel tempo alla riscoperta, appunto, del suono come essenza primaria. Molti anni fa fu pubblicata una storia della musica assai originale nella quale gli autori partivano dalla produzione contemporanea e, capitolo dopo capitolo, tornavano indietro fino alla Grecia antica. Un'operazione funzionale per quei lettori che già conoscendo la materia potevano rileggerla da un'angolazione differente. Baricco ha immaginato qualcosa di simile. È partito da Parsifal, l'opera wagneriana della 'purificazione', e poi per 'sottrazione' eliminando via via strumentisti dall'organico sul palcoscenico, è passato a Beethoven (la Quinta), a Mozart (l'ouverture dalle 'Nozze di Figaro'), a Corelli (Concerto grosso).
Poi ha rinunciato agli strumenti e si è affidato a un coro di otto elementi (Intende Voci Ensemble) che ha intonato 'Sicut cervus' di Palestrina e, infine, accantonata anche la struttura polifonica, è approdato al gregoriano. Una rinuncia agli strumenti a favore della voce, primo strumento dell'uomo, in una relazione diretta con Dio: l'armonia che regola i suoni, ricorda Baricco, è il riflesso di quella universale. Una concezione di derivazione pitagorica e non a caso per i Greci la musica era un dono del dio Apollo raffigurato con la cetra.
L'excursus ha affascinato molti spettatori, lasciando aperti non pochi interrogativi: ad esempio, cosa si debba intendere per evoluzione o per progresso, concetti che ogni epoca ha valutato ricorrendo a parametri differenti. Applausi, naturalmente, calorosi.
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