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Luca Pandimiglio - Filippo Serio ·
di R.P. ·
Nel libro in uscita per Feltrinelli "E' già domani", la sindaca ripercorre un passaggio importante della vita privata
Il percorso della fecondazione assistita, il ricordo del padre e la decisione di dare al figlio il cognome materno. Nel libro di Silvia Salis E' già domani (Feltrinelli), la politica si intreccia con la vita privata e diventa una riflessione sulla parità e sul mondo da lasciare alle nuove generazioni.
"Il futuro, nella sua forma più concreta, ha per me un volto preciso": quello di Eugenio, il figlio nato nel 2023, che l’ha portata a interrogarsi sul mondo che troverà da adulto. Per la prima volta racconta pubblicamente il percorso che l’ha condotta alla maternità, dopo aver a lungo pensato che un figlio sarebbe arrivato naturalmente, "quando il momento giusto si fosse presentato".
Dopo un anno di tentativi senza successo, nonostante gli esami medici fossero regolari, lei e il compagno Fausto hanno intrapreso il percorso della fecondazione assistita. Un’esperienza che, spiega, non è soltanto una questione tecnica, ma anche emotiva: "È un’esperienza emotiva complessa". Le visite, l’attesa dei risultati e le telefonate dei medici l’hanno messa a confronto con la propria vulnerabilità, in un’alternanza di speranza e cautela.
Per questo considera importante parlarne apertamente, senza vergogna. Lo ha fatto anche la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, condividendo il proprio percorso di congelamento degli ovociti. Un tema che apre una riflessione più ampia sui costi e sulle tutele legate alla conservazione della fertilità, ancora in gran parte a carico delle singole persone.
Quando è arrivata la notizia tanto attesa, la gioia non è stata quella spettacolare dei film, ma qualcosa di più intimo e profondo: "una felicità profonda, quasi incredula". Durante la gravidanza, intanto, sono cambiate anche le domande sul futuro: "Che tipo di paese troverà questo bambino?" e "Che scuola lo accoglierà?". Questioni che, quando riguardano direttamente il proprio figlio, assumono un peso diverso.
La nascita di Eugenio ha rappresentato anche un legame speciale con il nonno materno, di cui porta il nome. Il padre ha potuto conoscere il nipotino e trascorrere con lui quasi un anno e mezzo. I due Eugenio dormivano insieme ogni pomeriggio, abbracciati. Dopo la sua scomparsa, la madre ha spiegato al bambino che "il nonno marinaio era tornato nel mare che amava così tanto". Ancora oggi, quando il piccolo guarda le onde dalla terrazza di casa, le ricorda di salutare il nonno.
Ma la scelta che accompagna il nome di Eugenio ha anche un significato civile: il bambino porta il cognome della madre, Salis. Una decisione presa insieme a Fausto per mettere in discussione una consuetudine secolare, quella dell’attribuzione automatica del cognome paterno. Una tradizione che la sentenza della Corte costituzionale del 2022 ha contribuito a superare, riconoscendo ai genitori la possibilità di scegliere il cognome da attribuire ai figli.
"Non è un dettaglio amministrativo. È una rivoluzione culturale", sottolinea, spiegando che la scelta rappresenta "un segnale che sa di parità, di libertà di scelta". Dare al figlio il proprio cognome, chiarisce, non significa negare il ruolo del padre, ma riconoscere che "la maternità e la paternità appartengono allo stesso orizzonte di responsabilità".
Per lei, anche i gesti simbolici possono contribuire al cambiamento sociale: "Ogni cambiamento culturale, in fondo, nasce da decisioni piccole, ma concrete". Un nome, un cognome, una scelta consapevole che rompe con un automatismo del passato e offre un esempio alle generazioni future.
Oggi, guardando Eugenio, anche la politica e le esperienze della vita pubblica acquistano un significato nuovo. Il futuro non è più un concetto astratto, ma una responsabilità concreta verso chi verrà dopo di noi. Perché, come conclude nel suo racconto, "un giorno ci chiederà conto del mondo che gli abbiamo lasciato".
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