Venerdì 30 Ottobre 2026

Economia

Ex Ilva, è la fine: Cassazione chiude Taranto. Bucci: "Garantire Cornigliano e Novi". Salis: "Governo intervenga per accelerare vendita"

di steris ·

Ex Ilva, è la fine: Cassazione chiude Taranto. Bucci: "Garantire Cornigliano e Novi". Salis: "Governo intervenga per accelerare vendita"

Tajani: "Governo all'opera per la continuità". La gestione commissariale si era appellata alla Suprema Corte contro la decisione dei giudici di Milano

La Corte di Cassazione ha confermato la chiusura definitiva dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto – la parte strategicamente centrale dell'attività siderurgica della fabbrica – validando così lo specifico decreto della corte d’Appello di Milano e rigettando il ricorso presentato dalla gestione commissariale dell’azienda.

Con il deposito della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione, che ha confermato il verdetto della Corte d'appello civile di Milano, l'ex Ilva di Taranto deve spegnere gli altiforni e cessare l'attività produttiva a caldo. Il termine del 15 dicembre 2026 previsto dalla legge per spegnere gli altiforni (ora in fase di pre-riscaldo) era riferito all'attesa per il deposito della sentenza della Suprema corte, che è avvenuto oggi. Ora spetta ai commissari decidere, nel dettaglio, i passaggi tecnici e i tempi dello spegnimento. Poiché si è sempre sostenuto che, una volta spenti, gli altiforni non sono più utilizzabili è largamente ipotizzabile che per l'area a caldo del siderurgico tarantino sia arrivata la fine.

Il decreto, emesso il 27 luglio con 90 giorni concessi all’azienda per adeguarsi, era già stato confermato dai giudici milanesi nelle udienze del 9 e del 30 settembre. Alla base dello stop, i rischi per la salute legati alle emissioni di polveri sottili e alla presenza di amianto negli altiforni.

La Cassazione ha giudicato inammissibili, per difetto di interesse, alcuni motivi di ricorso relativi alla valutazione dello studio di VIS, al parere dell’Istituto superiore di sanità sull’Aia 2025 e ai limiti di sicurezza delle emissioni. Secondo i giudici, le motivazioni della Corte d’Appello — riferite sia all’amianto sia alle polveri sottili — sono «autonome e ciascuna idonea a sorreggere la decisione».

A sostegno del provvedimento si erano schierati anche cittadini di Taranto, costituitisi nel procedimento attraverso i diversi gradi di giudizio, dal Tribunale di Milano fino alla Cassazione.

"Il governo è all'opera affinché l'Ilva possa continuare a lavorare". Lo ha dichiarato il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Rispondendo a una domanda sulla decisione della Corte di Cassazione, che ha respinto i ricorsi contro la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto, Tajani ha detto: "Mi pare che l'impegno sia quello che ha ribadito anche il sottosegretario Mantovano durante l'incontro dell'altro giorno. Quindi navighiamo, vediamo quello che che accadrà". 

Dopo la decisione della Cassazione sullo stop all’area a caldo di Taranto, il presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, avverte che il provvedimento rischia di segnare la fine dello stabilimento e di aumentare la dipendenza italiana dall’acciaio straniero. Bettini sottolinea il ruolo strategico dell’acciaio per la competitività manifatturiera e chiede un piano credibile per il futuro dell’ex Ilva, capace di conciliare salute, ambiente e lavoro, salvaguardando occupazione e indotto.

I presidenti di Piemonte e Liguria, Alberto Cirio e Marco Bucci, chiedono di garantire la continuità produttiva degli stabilimenti ex Ilva di Genova Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi dopo la decisione della Cassazione sull’area a caldo di Taranto. "Prendiamo atto della decisione della Corte di Cassazione sull'area a caldo di Taranto, senza entrare nel merito della sentenza. Adesso è indispensabile dare seguito alle soluzioni già prospettate per garantire la continuità produttiva degli stabilimenti di Genova Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi. Oggi è quindi urgente che si avviino processi di approvvigionamento dei materiali per gli stabilimenti di Piemonte e Liguria anche da fonti esterne allo stabilimento di Taranto, superando qualsiasi vincolo di esclusività che al momento ne compromette l'operatività. La priorità è assicurare che questi stabilimenti continuino a produrre, salvaguardando occupazione, competenze industriali e prospettive produttive dei territori. È su questo obiettivo che continuiamo a lavorare insieme al Governo e chiediamo ai commissari di procedere con determinazione e tempi certi". Così il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, e della Regione Liguria, Marco Bucci.

«La decisione della Corte di Cassazione, che conferma lo stop dell'area a caldo ribadendo quel macigno della sentenza della magistratura sulla vertenza di Ex Ilva, rende ancora più urgente garantire la continuità produttiva e occupazionale degli stabilimenti delle aree a freddo, da Genova a Novi Ligure e Racconigi, fino alla stessa Taranto. È fondamentale la linea assunta dal governo e siglata dai commissari di acquisto di bramme per Taranto e coils per gli stabilimenti di Genova e del Nord per permettere una continuità produttiva indipendente dalla recezione del materiale lavorato finora a caldo a Taranto. E' importante preservare competenze, occupazione e filiere industriali in attesa dell'assegnazione attraverso la gara. La cornice, oggi più che mai, non può che essere quella dell'accordo del 27 ottobre tra il governo, rappresentato dal sottosegretario Mantovano, e i sindacati, per quello che ha previsto proprio in termini di garanzia di continuità produttiva. Una delle due variabili non note, oggi si è palesata; resta la variabile dell'assegnazione della gara da determinare e su questo ci auguriamo che si possa arrivare a una soluzione industriale solida, che possa coinvolgere lo Stato e che valorizzi anche quell'aspetto dell'italianizzazione che abbiamo sempre sostenuto». Così Ilaria Cavo, deputata ligure di Noi Moderati e Vicepresidente della Commissione Attività produttive.

La sindaca di Genova, Silvia Salis, chiede al governo di accelerare la vendita dell’ex Ilva dopo la sentenza della Cassazione. «La pronuncia della Corte di Cassazione che conferma la chiusura dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto, chiarisce definitivamente il quadro nazionale in cui ci muoviamo. Non è più tempo di attendere: la procedura di vendita deve essere definita con massima urgenza, poiché dal suo esito dipendono la salvaguardia di una produzione strategica per il Paese come l'acciaio, la riqualificazione degli impianti e, soprattutto, il futuro di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Il governo ora deve dare delle risposte». Lo dichiara, in una nota, la sindaca di Genova, Silvia Salis.   «Come già ribadito nel documento congiunto sottoscritto insieme agli amministratori locali dei territori del Nord in cui sorgono stabilimenti di Acciaierie d'Italia – rimarca Salis - la crisi ha raggiunto una soglia insostenibile. Pretendiamo risposte immediate su punti non più derogabili. L'operatività dello stabilimento di Genova può essere garantita attingendo temporaneamente anche a materie prime esterne. Serve un piano trasparente sugli ordini, la tutela integrale dell'indotto e la garanzia assoluta della continuità del reddito per i lavoratori».  «Il Comune di Genova – conclude la sindaca - continuerà a fare fronte comune con i lavoratori senza sosta fino all'individuazione di una nuova soluzione definitiva all'altezza della gravità di questa crisi».

Davide Natale, segretario del Pd Liguria, e Francesco Tognoni, segretario metropolitano del Pd Genova, chiedono al Governo di intervenire rapidamente dopo la sentenza della Cassazione sull’ex Ilva. «Non c’è più tempo da perdere»: servono continuità produttiva per lo stabilimento di Genova Cornigliano, approvvigionamenti di bramme e coils e tutela dei posti di lavoro. I due esponenti sollecitano la riconvocazione del tavolo con istituzioni e parti sociali, chiedendo «risorse, continuità delle forniture e una strategia industriale» per garantire certezze ai lavoratori e al futuro della siderurgia.

Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, chiede al governo di accelerare il piano per l’ex Ilva dopo la sentenza della Cassazione. Servono risorse straordinarie per la decarbonizzazione, l’acquisto di bramme e coils per garantire continuità produttiva e occupazionale, oltre a manutenzioni, bonifiche e rilancio degli impianti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Scarpa sollecita infine Palazzo Chigi a riconvocare il tavolo di confronto per attuare gli impegni del verbale del 27 ottobre.

Dopo la decisione della Cassazione che conferma lo stop all’area a caldo di Taranto, il segretario generale della Uilm Genova, Luigi Pinasco, chiede al Governo interventi urgenti per sostenere tutti i lavoratori, compresi quelli dell’indotto. In vista dell’8 novembre, data attesa per le manifestazioni d’interesse sull’acquisizione del Gruppo, il sindacato auspica un ruolo centrale dello Stato, garanzie occupazionali e il mantenimento delle lavorazioni a freddo in tutti gli stabilimenti. Pinasco sollecita inoltre l’intervento di aziende italiane per favorire la reindustrializzazione, avvertendo che, senza soluzioni rapide, il rischio di una grave crisi sociale è concreto.

Christian Venzano, segretario generale Fim Cisl Liguria, sottolinea la necessità di mantenere un ruolo strategico dello Stato nell’Ilva, valutando anche il coinvolgimento di aziende pubbliche come Leonardo e Fincantieri. Rilanciare la siderurgia significa tutelare l’autonomia industriale italiana, l’occupazione e l’intera filiera manifatturiera. Servono investimenti, continuità produttiva e una strategia chiara che accompagni la transizione verso un’acciaieria più sostenibile, garantendo stabilità agli impianti e rispondendo alla domanda di mercato.

LA STORIA - La storia dell’ex Ilva, oggi denominata Acciaierie d’Italia, attraversa oltre un secolo di trasformazioni industriali, passaggi di proprietà e crisi aziendali, fino ad arrivare alle recenti vicende giudiziarie e ambientali. Oltre al grande stabilimento di Taranto, in Puglia, l’azienda comprende anche gli impianti di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi.

Le origini risalgono al 1905, anno in cui viene costituita la società anonima Ilva. Negli anni Trenta, in un contesto di crescente intervento pubblico nell’economia, il settore siderurgico passa sotto il controllo dell’Iri e viene creata la finanziaria Finsider. La svolta per Taranto arriva il 9 luglio 1960, con la posa della prima pietra del nuovo centro siderurgico. Nel 1961 entra in funzione il Tubificio, mentre il 24 ottobre 1964 viene attivato il primo altoforno. Il 10 aprile 1965 lo stabilimento viene inaugurato ufficialmente dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. La nascita dell’impianto, destinato a diventare uno dei principali poli siderurgici italiani, porta alla fondazione di Italsider, dopo quelli già attivi di Cornigliano, Piombino e Bagnoli.

Negli anni Ottanta, la crisi della siderurgia europea e delle imprese pubbliche investe anche Italsider, che nel 1983 viene ristrutturata e posta in liquidazione, con il trasferimento di gran parte delle attività alla Nuova Italsider. Nel 1989 nasce Ilva Spa, che assorbe Finsider e Nuova Italsider. Pochi anni dopo, nel 1995, l’azienda viene privatizzata e lo stabilimento di Taranto passa al Gruppo Riva.

La vicenda entra in una fase particolarmente critica nel 2012, quando la magistratura dispone il sequestro degli impianti di Taranto nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. Il 4 giugno dello stesso anno il governo interviene introducendo una gestione commissariale. Nel 2015 l’acciaieria entra in amministrazione straordinaria e, nel 2016, il Ministero dello Sviluppo economico avvia una procedura per la sua assegnazione a investitori privati.

Nel 2018, il gruppo franco-indiano ArcelorMittal si aggiudica l’acquisizione degli impianti, che assumono la denominazione di ArcelorMittal Italia Spa. L’anno successivo, l’abolizione della tutela penale prevista per determinate attività legate alla gestione dello stabilimento apre una nuova fase di tensione: ArcelorMittal avvia infatti una procedura per recedere dal contratto di affitto e successivo acquisto dell’Ilva. Nel marzo 2020, i commissari Ilva e il gruppo raggiungono un accordo per avviare una trattativa sulla nuova governance aziendale.

Nel 2021, Invitalia entra nella compagine societaria come socio di minoranza e la società assume il nome di Acciaierie d’Italia Spa. Tuttavia, le difficoltà produttive e finanziarie persistono. Nel 2023, nonostante diversi tentativi di mediazione, ArcelorMittal e Invitalia non riescono a trovare un’intesa sulla ricapitalizzazione dell’azienda e sull’acquisizione degli impianti.

Nel 2024, il governo dispone una nuova amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia, distinta da quella avviata nel 2015 per Ilva Spa, nominando Giancarlo Quaranta commissario. Viene quindi avviata una nuova gara per la vendita del complesso industriale. Alla scadenza del bando, nel 2025, arrivano dieci offerte, tre delle quali riguardano l’intero gruppo: quelle presentate da Baku Steel Company insieme ad Azerbaijan Investment Company, da Bedrock Industries e da Jindal Steel International.

La storia dell’azienda arriva a un nuovo passaggio decisivo nel 2026, quando la Corte d’Appello di Milano, accogliendo il reclamo di alcuni cittadini, dispone la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni dall’ultima comunicazione del decreto. Il provvedimento viene confermato anche dalla Cassazione, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza sul futuro degli impianti.

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