Bilancio
Genova, controlli ad alto impatto tra centro storico e Darsena: 157 persone identificate e due locali chiusi
R.C. ·
Attualità
di Luca Pandimiglio ·
“Estendere la cassa integrazione anche agli impianti che possono funzionare è inaccettabile“
«Nell’incontro di ieri a Palazzo Chigi è emersa molta confusione. L’unica certezza è che c’è un decreto della Corte d’Appello che impone entro il 28 la chiusura dell’area a caldo». Armando Palombo, Rsu Fiom-Cgil di Genova, commenta così l’esito del confronto tra governo e sindacati sul futuro dell’ex Ilva, denunciando l’assenza di risposte chiare e contestando la prospettiva di estendere la cassa integrazione anche agli stabilimenti del Nord.
Il provvedimento giudiziario riguarda lo stabilimento di Taranto, ma, secondo Palombo, il rischio è che le conseguenze ricadano anche sugli impianti di Genova, Novi Ligure, Milano, Racconigi, Paderno e Porto Marghera. «Si è discusso e hanno proposto tutta una serie di ammortizzatori sociali su Taranto. Quello che non comprendiamo è perché questo peso debba ricadere anche sugli impianti del Nord. Estendere la cassa integrazione anche agli impianti che possono funzionare è inaccettabile».
Per il rappresentante sindacale, esiste una strada concreta per mantenere attiva la produzione negli stabilimenti del Nord: acquistare sul mercato i rotoli d’acciaio necessari per alimentare le lavorazioni, senza dipendere esclusivamente dalla produzione di Taranto.
«La domanda posta ai commissari era se fosse possibile alimentare il Nord acquistando rotoli. Mi hanno risposto che tecnicamente si può fare e che si trovano sul mercato», spiega Palombo. «Ci hanno detto che il problema è di soldi. I soldi li devono trovare, perché lasciare 2.000 persone in più in cassa integrazione, che sono i numeri del Nord, invece di acquistare rotoli, far marciare gli impianti, dare lavoro e pagare le tasse è veramente una cosa che non si può sentire».
Una posizione che riguarda in modo particolare Genova, dove i lavoratori di Cornigliano convivono da anni con il ricorso agli ammortizzatori sociali. «In particolar modo a Genova, che rappresento, con lavoratori che sono in cassa da 25 anni, questa cosa non si può sentire. Non si poteva sentire neanche quando, dieci mesi fa, ci hanno presentato il cosiddetto ciclo corto».
Palombo contesta quindi una strategia che, a suo giudizio, rischia di privilegiare la vendita dei prodotti realizzati a Taranto senza garantire continuità produttiva agli stabilimenti del Nord. «Quindi vendere subito i rotoli fatti a Taranto e non far girare il Nord. Noi questa logica la combatteremo con tutti i mezzi e le forze che abbiamo».
La mobilitazione dei lavoratori può contare anche sul sostegno delle istituzioni locali, a partire dal Comune di Genova e dalla Regione Liguria, oltre che dalla Regione Piemonte, direttamente interessata dal futuro dello stabilimento di Novi Ligure.
Palombo sottolinea anche l’intervento dell’arcivescovo di Genova e del vescovo di Tortona: «Sono vicini a questo sistema del Nord che non può essere penalizzato per un dispositivo della giustizia, sul quale non mi pronuncio, ma che non riguarda assolutamente il Nord, che può funzionare acquistando rotoli».
Il sindacalista rivendica il valore degli stabilimenti non soltanto per l’occupazione, ma anche per l’economia dei territori: «Parliamo di realtà produttive che creano reddito e ricchezza in questo Paese, a Genova, a Novi, a Racconigi e nelle città che ho citato».
Il prossimo appuntamento è fissato per lunedì 12 ottobre, quando i sindacati hanno proclamato 24 ore di sciopero nazionale in tutto il gruppo ex Ilva. A Genova i lavoratori si ritroveranno alle 7 davanti ai cancelli dello stabilimento per un’assemblea, prima di dare vita alla mobilitazione.
«Lunedì mattina, ovviamente, c’è uno sciopero proclamato dai sindacati nazionali, di 24 ore. Poi vedremo. Genova farà la sua parte come sempre: l’appuntamento è alle 7 fuori dai cancelli per l’assemblea, che sarà molto breve, molto stringata. Poi manifesteremo come al solito la nostra rabbia e lo sconcerto anche verso questo governo, che non dà risposte chiare».
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