Agitazione
La Spezia, protesta dei lavoratori dell'indotto Sanlorenzo Yacht
R.P. ·
di r. eco. ·
Intanto al ministero si apre la partita della cassa integrazione e della cessione dell'azienda
"Da questa mattina non c'è più nulla di acceso. Tutti gli impianti dell'area a caldo sono stati spenti". Lo avrebbe detto, secondo quanto si apprende, il direttore generale di Acciaieria d'Italia in amministrazione straordinaria Maurizio Saitta ai sindacati durante l'incontro al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione.
Le procedure di spegnimento degli altiforni sono iniziate negli scorsi giorni dopo la pronuncia della Corte di Cassazione, che ha confermato il decreto dei giudici di Milano che stabiliva lo stop dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto.
La crisi dell’ex Ilva entra in una nuova fase dopo lo stop degli impianti dell’area a caldo di Taranto. Per i lavoratori si apre concretamente la prospettiva di un ulteriore ricorso alla cassa integrazione, mentre rimangono numerose incertezze sul futuro degli stabilimenti di Cornigliano e Novi Ligure. In particolare, i sindacati chiedono garanzie sul mantenimento delle attività produttive e individuano nella continuità degli impianti una condizione indispensabile per tutelare i livelli occupazionali.
Al Ministero del Lavoro è in programma l’esame congiunto della richiesta presentata da Acciaierie d’Italia, che prevede il possibile coinvolgimento di 8.622 dipendenti. Una cifra considerevole, che porterebbe a raddoppiare il numero dei lavoratori attualmente interessati dalla misura. Proprio contro questa prospettiva si sono mobilitati gli operai, arrivando anche a occupare per un'intera giornata l’aeroporto di Genova, con l’obiettivo di ottenere il ritiro o almeno una revisione del provvedimento. Le organizzazioni sindacali hanno contestato soprattutto il rischio che un intervento di queste dimensioni si traduca nel blocco generalizzato della produzione, sottolineando l’impossibilità tecnica di arrestare completamente tutte le attività dello stabilimento genovese.
Sul futuro di Cornigliano, durante il confronto del 27 ottobre a Palazzo Chigi, il governo e i commissari hanno ribadito la volontà di preservare la produzione. Tra le ipotesi indicate figura l’acquisto di coils da trasformare per conto di altre aziende, una soluzione che consentirebbe di mantenere operative le lavorazioni anche in una fase caratterizzata dalle difficoltà degli impianti tarantini.
A rendere ancora più incerto il quadro è la procedura per la vendita dell’intero gruppo. L’8 novembre rappresenta una scadenza importante per la presentazione delle offerte vincolanti e, al momento, tra i principali soggetti interessati figurano il gruppo indiano Jindal e la società statunitense Flacks. Rimane invece da chiarire il ruolo che potrà avere l’industria siderurgica italiana, dopo le indiscrezioni su un possibile passo indietro della cordata promossa da Federacciai.
L’ipotesi di partecipazione degli imprenditori italiani sarebbe stata ridimensionata in seguito alle criticità riscontrate durante la due diligence, ovvero l’analisi approfondita delle condizioni economiche, industriali e patrimoniali dell’ex Ilva, condotta negli ultimi due mesi. La manifestazione di interesse presentata dopo Ferragosto aveva raccolto l’adesione di diverse imprese del comparto siderurgico, ma era circoscritta agli impianti non coinvolti dal decreto della Corte d’appello di Milano.
Nonostante le difficoltà, la possibilità di una partecipazione italiana all’operazione non sarebbe definitivamente tramontata. Le indiscrezioni più recenti parlano infatti della possibile nascita di una nuova alleanza industriale, oppure della riorganizzazione di quella precedente. Il governo Meloni continua a sostenere l’importanza di una presenza nazionale nella futura proprietà del gruppo e, tra i nomi che circolano con maggiore insistenza, emerge quello di Arvedi, realtà siderurgica con sede a Cremona. Restano tuttavia da verificare le condizioni concrete per un eventuale ingresso nella partita, mentre per i lavoratori di Genova e Novi Ligure il nodo principale continua a essere la salvaguardia degli stabilimenti e dei posti di lavoro.
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