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Ponte Morandi, due arresti della Dia su vertici Tecnodem

di Pietro Roth

L'impresa, vicina alla camorra è riuscita ad operare per quattro mesi nel cantiere in Valpolcevera

Sono stati arrestati stamane i due amministratori di una ditta di Napoli vicina alla Camorra con radici nel golfo del Tigullio che per ben quattro mesi ha lavorato negli appalti di smaltimento e di ricostruzione di ponte Morandi.

L'azienda finita sotto la lente degli inquirenti è la ‘Tecnodem srl’ di Napoli che nel maggio scorso era stata segnalata come a rischio e per questo esclusa dai lavori con un misura interdittiva della prefettura.

L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal Gip Paola Faggioni nei confronti dell’amministratore di fatto Ferdinando Varlese, pregiudicato di 65 anni di Napoli domiciliato a Rapallo, in via Lamarmora, e di una donna, Consiglia Marigliano, amministratrice e socio unico della Tecnodem, abitante a Napoli, in via Procida, la titolare dell'azienda al 100%, in realtà un prestanome senza esperienza nel settore dell'edilizia e scelta perché incensurata. La donna, consuocera di Varlese, ha ottenuto i benefici dei domiciliari.

Dalle indagini è emerso che Varlese era contiguo a clan camorristici e che però nonostante questo fosse riuscito per due volte, quasi in modo sprezzante, forse in segno di sfida, nell'arco di quattro mesi ad entrare nel cantiere del Ponte Morandi, come risulta dai controlli delle identità degli operatori svolti proprio per prevenire infiltrazioni mafiose.

La ‘Tecnodem’ aveva ricevuto lavori in subappalto per centomila euro nell’ambito delle opere di demolizione del ponte, in corso in queste settimane. Ma le indagini degli uomini della Direzione investigativa antimafia, sulla base dei primi accertamenti di carattere amministrativo, avevano consentito agli inquirenti di emettere già maggio scorso un’interdittiva a carico dell’azienda, che era così stata estromessa dai lavori. Oltre agli arresti, d’intesa con la Dda di Napoli, sono state svolte perquisizioni e sequestri preventivi fra Rapallo e Napoli.

I particolari dell’operazione svolta della Dia sono stati svelati stamane in una conferenza stampa al nono piano della procura di Genova dal procuratore capo di Genova Francesco Cozzi, il sostituto della Dda Federico Manotti e il dirigente della Dia di Genova colonnello Mario Mettifogo.

L’accusa per Varlese è di intestazione fittizia di beni aggravata dall’aver commesso il fatto per agevolare il clan cammorristico D’Amico, del rione Villa di Napoli.

Fra le condanne riportate da Varlese, emerge la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Napoli nel 1986 per associazione a delinquere. Coimputati con lui vi erano affiliati al clan “Misso-Mazzarella-Sarno”, già appartenente all’organizzazione camorristica denominata “Nuova Famiglia”, i cui boss erano Michele Zaza e suo nipote Ciro Mazzarella.

Altra sentenza rilevante, secondo la Dia, è quella della Corte d’appello di Napoli del 2006 per estorsione tentata in concorso, con l’aggravante di aver commesso il fatto con modalità mafiose, da cui si evincono in maniera circostanziata i legami di Varlese con il sodalizio camorristico “D’Amico”, cui risulta legato da rapporti di parentela.

Dalle indfagini della Dia è emerso chiaro il disegno criminoso studiato dai due arrestati che prevedeva per la Marigliano il ruolo di “cosciente scherno” delle attività del Varlese, il quale dopo l'estromissione della Tecnodem dai lavori si stava già attivando per ricostruire un'altra società fittizia per tentare di riappropriarsi di una parte della torta dei lavori di Ponte Morandi.

Dopo i controlli amministrativi, la procura aveva anche aperto una inchiesta per estorsione nei confronti sempre di Varlese. L'indagine era finalizzata a capire se lo stesso avesse fatto pressioni alla Omini, la ditta appaltatrice capofila degli appaltatori, per ottenere i lavori. Dall'inchiesta non sono emerse pressioni e la procura ha chiesto l'archiviazione.

Il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi ha commentato così l'indagine: “L'operazione della Dda completa il quadro di attenzione degli investigatori sui cantieri del ponte Morandi, sia in fase preventiva che in quella successiva di infiltrazioni delle organizzazioni mafiose. Si tratta di un cantiere ipercontrollato. I controlli vengono fatti durante e dopo l'assegnazione dei lavori, in una fase successiva dunque, e il meccanismo funziona benissimo".

l colonnello della Dia di Genova Mario Mettifogo ha aggiunto: "Intorno alla demolizione del ponte Morandi ballano cifre consistenti e quindi è evidente che ci sia un interesse da parte della criminalità organizzata. Ma si tratta di un cantiere così pubblicizzato e controllato che non dovrebbero nemmeno provarci".

Dalle indagini è emerso come Varlese, che nel mondo dell'edilizia è noto ed apprezzato, avesse costruito diversi schermi per poter partecipare agli appalti. Lo stesso sistema sarebbe stato usato per partecipare alla dismissione della centrale nucleare di Caorso

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