Domenica, 15 luglio 2018

Con Uil e Uilm alla ricerca del riformismo perduto

2018-04-16T07:58:10+00:00

Ripartiamo da dove eravamo arrivati nei giorni scorsi.

Ripartiamo da un sindacato talmente inclusivo da schierare due consiglieri comunali su quaranta, seduti da parti opposte della sala rossa: Valeriano Vacalebre, fedelissimo di Matteo Rosso, esponente di Fratelli d’Italia da una parte e Fabio Ceraudo, rappresentante del MoVimento Cinque Stelle, nella squadra di Luca Pirondini, volti puliti e simpatici della nuova generazione pentastellata, con la forza dell’educazione e della dolcezza, anche nella contrapposizione delle idee, anche quando ci capita di non essere d’accordo o di discutere anche pesantemente.

Ripartiamo dal congresso provinciale della Uilm che ci ha accompagnato a quello della Uil appena concluso all’Acquario.

Da tutta la squadra sindacale che va dal segretario generale nazionale dei metalmeccanici Rocco Palombella al segretario generale di Uil Genova e Liguria Mario Ghini al genovese leader della Funzione Pubblica Michelangengelo Librandi, fino ad Antonio Foccillo e al segretario generale Carmelo Barbagallo, passando per Alfonso Pittaluga, uno dei nuovi valori aggiunti, valore vero intendo.

E ripartiamo da Marco Bucci e Giuseppe Bono e dalla tavola rotonda moderata da Massimo Minella in cui l’ex presidente di Finmeccanica Giorgio Oldoini ha ricordato come l’amministratore delegato di Fincantieri salvò proprio Finmeccanica, prendendo dall’Efim – data per decotta – il militare e i trasporti, cioè i settori decisivi per il bene di Finmeccanica negli anni precedenti.

O da quando Antonio Apa, segretario dei metalmeccanici e padrone di casa, ha ricordato di come Bono avesse avuto l’intuizione di Finmeccanica 2, con la separazione fra militare e civile che avrebbe fatto volare le rispettive aziende, ma fu stoppato da gelosie e miopie aziendali e politiche.

Il trionfo di Apa è stato quello di aver trasformato il suo congresso dei metalmeccanici Uil in un evento: Bono, Bucci e Toti – che ci ha tenuto ad esserci cambiando completamente l’agenda della sua giornata – sul palco, e poi in platea imprenditori e manager, da Davide Malacalza a Cesare Castelbarco Albani, ultimamente non d’accordissimo ma accomunati dal convegno di Apa, dal presidente di Confindustria Giovanni Mondini ai rappresentanti di Ansaldo Energia con Giuseppe Zampini rappresentato dal plenipotenziario Luciano Gandini, da Sandro Scarrone per il Cetena al predecessore di Apa Pasquale Ottonello, da Franco Lazzarini al già citato Fabio Ceraudo all’ex sottosegretario del governo Berlusconi Mino Giachino, dal numero uno dei cappellani del lavoro monsignor Molinari, dal direttore generale di Fincantieri Alberto Maestrini al sindaco di Neirone Stefano Sudermania, dall’ex assessore metropolitano Alfonso Gioia al presidente del Porto Paolo Emilio Signorini e a Claudio Gemme di Fincantieri SI, fino agli amici-rivali della Fim-Cisl con Alessandro Vella ai pensionati Uil di Pier Massa o ai prossimi pensionati Uilm come l’ottimo Mauro Rinotti, festeggiato come in famiglia, e decine e decine di figure aziendali, sindacali ed istituzionali, con una sala piena come raramente se ne vedono.

Insomma, davvero un evento.

Con tutti i presenti accomunati dall’amicizia e dalla stima per Apa.

Che è stato rieletto trionfalmente segretario per il prossimo quadriennio, su proposta dello stesso Rocco Palombella.

Un evento, il congresso, elevato a potenza dall’intervento di Bono.

Che ha anche ironizzato dopo i mille complimenti del segretario dei metalmeccanici Uil genovesi: “Ora diranno che sono venuto perchè sapevo che Apa mi avrebbe fatto tutto questo pistolotto”.

Ma anche Apa ha sfoderato tutto il meglio del suo repertorio.

Fior da fiore.

“Piangerci addosso non serve, basta mettere il nasco fuori dai luoghi comuni, dal buonismo privo di senso, per accorgersi che viviamo in un mondo migliore e con più opportunità”.

La rottura del tabù sugli ultimi venticinque anni buttati via, anche andando dietro a imbonitori: “Il debito pubblico è aumentato nella seconda Repubblica”.

E ancora parole di coraggio che sottoscrivo integralmente: “La tragedia politica non è avere qualche lestofante che vive a spese della collettività, ma non avere una rappresentanza degna degli interessi nazionali”.

Con nomi e cognomi dei colpevoli, a partire dalla mia categoria: “Tale mancanza non è frutto solo dell’insipienza della classe politica, ma in generale dell’immiserimento intellettuale, mortale, della classe dirigente, economica, culturale, giornalismo compreso”.

“Il governo francese, quello tedesco e quello olandese se ne sbattono i cosiddetti e difendono con forza la presenza pubblica e privata nei loro settori strategici. Gli esecutivi dovrebbero imitare quanto fatto dal dottor Bono con la Fincantieri, perchè attraverso la quotazione in Borsa, osteggiata da molti, in allora anche dalle istituzioni liguri, ha salvaguardato la specificità tecnologica di un grande gruppo navale, mantenendo l’italianità e diventando cacciatore e non preda”.

E il punto sta tutto qui.

Nella miopia di tanti liguri, di sinistra e di destra, sedicenti esperti di economia, giornalisti, politici, nel non aver mai capito nulla di Bono e di Fincantieri.

Senza peraltro capire che il coraggio dell’uomo si moltiplicava ad ogni attacco di questi ciambellani del nulla della politica e del giornalismo.

Sempre Apa, sempre controtendenza, parlando di Ilva, contro le follie bipartisan di Pd e Forza Italia a Taranto che per qualche tempo si è avuta la tragica tendenza ad imitare anche a Genova: “Abbiamo un rapporto tra costo e lavoro, qualità e tempo di realizzazione tra i più bassi a livello europeo. Se vi aggiungiamo una lievitazione del costo della materia prima dovendola importare, vuol proprio dire che amiamo farci del male”.

E ancora, “credere che questo Paese possa deindustrializzarsi completamente, sostituendo la produzione con servizi e turismo è pura e semplice demagogia”.

E poi, con un attacco diretto alla Fiom: “Non c’è la necessità di un aumento dei conflitti sociali e sia come Uilm che come Uil abbiamo sempre avuto chiaro che non c’era bisogno di un sindacato antagonista, ma di un sindacato capace di risolvere i problemi”.

Su, su, fino alla conclusione: “I dati salariali sganciati dalla produttività, la catastrofe dell’egualitarismo, il vicolo cieco in cui strategie sindacali incapaci di porre la questione della produttività hanno portato i lavoratori nella direzione di un non sviluppo industriale”.

Esattamente come Bono, Apa ha saputo dire che il re è nudo.

Si chiama riformismo.

Si chiama voglia di rialzarsi.

Si chiama Italia, quando l’Italia sapeva fare l’Italia.