Lunedi, 21 gennaio 2019  

Carige, lo Stato garantisce 3 miliardi. Conte: “Solo salvagente temporaneo”

Bozza decreto: azioni fino a 1 miliardo. Premier sotto accusa: "Conflitto di interessi"
2019-01-08T23:17:52+00:00

La garanzia dello Stato sulle obbligazioni Carige sarà valida fino ad un valore massimo dei bond di 3 miliardi di euro. E’ quanto prevede la bozza del decreto in entrata al consiglio dei ministri di ieri sera. Il Mef, si legge, “è autorizzato fino al 30 giugno 2019 a concedere la garanzia dello Stato su passività di nuova emissione di Banca Carige nel rispetto della disciplina europea in materia di aiuti di Stato, fino a un valore nominale di 3.000 milioni di euro”.

“Al fine di evitare o porre rimedio a una grave perturbazione dell’economia e preservare la stabilità finanziaria”, il Mef è autorizzato a sottoscrivere entro il 30 giugno 2019, “anche in deroga alle norme di contabilità di Stato, nel limite massimo di 1 miliardo di euro per l’anno 2019, azioni emesse da Banca Carige”, si legge ancora nella bozza.

DECRETO CARIGE, GOVERNO SOTTO TIRO (Leggi)

“In questo momento non parliamo di salvataggio di Carige, confidiamo che la logica di mercato e che gli azionisti possano ricapitalizzare“. Lo afferma il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite di “Porta a Porta”. “Se questo non arriverà, non intendiamo usare soldi dello Stato”. Quella per Carige “è una misura transitoria ampiamente meditata. Lo Stato ha offerto una garanzia per nuovi bond perché si è creato uno stallo, per traghettare questo momento. E’ un salvagente temporaneamente offerto ma confidiamo che la Carige possa attraversare questo momento e rilanciare. L’intervento è per consentire ai commissari straordinari il consolidamento patrimoniale e il rilancio”, ha detto il premier.

CARIGE, CASO CONTE: CONFLITTO DI INTERESSI?

Nessun conflitto di interessi, diretto o indiretto con con le decisioni il premier Conte che ha assunto e che è chiamato ad assumere quale responsabile dell’Autorità di governo con riguardo alla Banca Carige spa. È quanto precisano fonti di governo che negano che il premier sia stato consulente di Mincione: “Non lo ha mai incontrato o conosciuto, neppure per interposta persona” e che con il professor Alpa “non ha mai avuto con lui uno studio professionale associato”. Per questi motivi il premier ha votato in cdm.

Ad ravvisare il possibile conflitto di interesse era stata la senatrice Malpezzi del Pd. “Strane coincidenze. Guido Alpa, maestro professionale di Conte, è stato consigliere Carige. Conte è stato poi consulente di Mincione, socio della Carige. In consiglio dei ministri ieri sera Conte ha partecipato al voto? È in corso un conflitto di interesse?”, ha scritto su Twitter. Dal curriculum di Guido Alpa presente online risulta che il professore e avvocato, 71 anni, è stato “membro del Consiglio di Amministrazione della Carige dal 2009 all’aprile 2013; Presidente di Carige Assicurazioni e Carige Vita Nuova da aprile 2013 a dicembre 2013; membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Carige dal dicembre 2013 al febbraio 2014”.

“Ho detto in più occasioni che non ho mai avuto uno studio associato con Alpa. Che Alpa sia stato anche componente del consiglio di amministrazione di Carige non vedo quale conflitto di interessi possa realizzare col sottoscritto, mi sembra veramente un’assurdità”, ha replicato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Porta a porta.

E da palazzo Chigi arriva una lunga smentita. Quanto al professor Alpa, fonti di Chigi rilevano che pur essendo stato consigliere di amministrazione di Carige fino al 2013, “il presidente Conte ha già chiarito che non ha mai avuto con lui uno studio professionale associato né ha mai costituito con lui un’associazione tra professionisti. Hanno sempre svolto in maniera distinta le rispettive attività professionali”. Anche rispetto ai rapporti con Raffaele Mincione, “il presidente Conte non è mai stato suo consulente né l’ha mai incontrato o conosciuto, neppure per interposta persona. Nel maggio 2018 è stato chiesto all’avvocato Conte, prima che diventasse presidente del Consiglio, di esprimere un parere pro-veritate per conto della società Fiber 4.0, di cui il sig. Mincione risulta presidente, sulla questione riguardante la legittimità, da parte della Libyan Post Telecommunications information Technology Company, del controllo su Retelit s.p.a., alla luce delle regole in materia di golden power. Si tratta dunque di una questione che non ha nessun collegamento con la Banca Carige. Il rapporto professionale con la società Fiber 4.0 – si sottolinea – si è esaurito con la redazione di questo parere pro-veritate”. Per questo, “non ricorrendo, dunque, le situazioni di conflitto di interesse di cui alla legge 215/2004 e all’art. 51 cpc, non sussisteva alcuna ragione, né giuridica né anche solo di opportunità, per un’astensione da parte del Presidente Conte nel corso del Consiglio dei Ministri che ha approvato il provvedimento relativo a Banca Carige”.

IL PUNTO >>> SALVATAGGIO CARIGE, UNA CORSA CONTRO IL TEMPO

Sono stretti i tempi per rilanciare Carige, trovare un acquirente privato che la aggreghi, rimborsare il prestito del Fitd ed evitare il bail in e la nazionalizzazione. L’esperienza di Mps e delle banche venete dove il processo troppo lungo deteriorò la situazione in maniera irrimediabile, ha accelerato le mosse della Bce e quindi del governo ma nei prossimi mesi le tappe sono stringenti e non scontate. Specie se non si vuole arrivare a ridosso delle elezioni Ue di maggio con una crisi bancaria in atto e un pil in rallentamento.

Solo una banca ripulita e con una ‘dote’ può essere appetibile per un’acquisizione mentre non è detto che in seguito la Bce la dichiari ‘solvibile’ e quindi meritevole di aiuti pubblici. La ricapitalizzazione è comunque l’extrema ratio. I commissari dell’istituto ligure devono così in primis cedere, anche attraverso la due diligence, la massa di circa 3,6 miliardi crediti deteriorati costituita da 900 milioni di sofferenze e 2,5 miliardi di Utp (incagli). Specie quest’ultimi sono difficili da trattare.

Hanno maggior valore ma si tratta di aziende o iniziative non del tutto finite e che spesso hanno bisogno di qualche risorsa finanziaria aggiuntiva per ripartire e rientrare nei pagamenti. La banca li ha in bilancio ha poco più del 60% del loro valore originario ma anche con un acquirente generoso che li acquistasse al 40% (sopra i valori di mercato) ci sarebbe una perdita di circa 400 milioni di euro.

L’acquirente potrebbe essere la Sga dell’ex Banco di Napoli sebbene questa dovrebbe forse far ricorso all’aiuto di un partner privato in termini di risorse umane e expertise. E l’operazione dovrebbe avere il vaglio dell’Antitrust Ue sugli aiuti di stato, si tratta sempre di rischi di perdite per i contribuenti italiani e comunque di un esborso pubblico. Secondo alcuni osservatori poi anche una Carige ‘ripulita’ generosamente avrebbe bisogno di una ‘dote’, forse pubblica, per attrarre eventuali compratori privati. Non potrà essere ricca come quella concessa a Intesa sulle venete ma ce ne sarà bisogno.

Carige infatti ha un rapporto costi e ricavi ancora del 90%, livello insostenibile e necessita una riorganizzazione. Con lo scudo delle garanzie statali sui bond deciso dal governo e il prestito da 320 milioni del Fitd, l’istituto ha dell’ossigeno in più ma è chiaro che dall’esame Srep che la Bce condurrà a fine gennaio i risultati saranno non buoni. In ogni caso la crisi di liquidità che più spaventava la vigilanza è allontanata. Carige emetterà bond che poi porterà a Francoforte per ottenere finanziamenti. A questo punto, con il funding sotto controllo, i commissari potranno portare avanti il piano industriale che prevede le due tappe fondamentali: cessione crediti e aggregazione.

TELENORD

Post Correlati