Lunedi, 21 gennaio 2019  

Carige, Berneschi: “Banca d’Italia, Ior e Fondazione: dirò tutto alla commissione d’inchiesta”

L'intervista all'ex presidente dell'istituto in esclusiva a Telenord
2019-01-12T19:31:48+00:00

Berneschi, le manca fare il banchiere? “Mi manca per forza, sarei bugiardo. Mi manca soprattutto l’occupazione”. L’ex presidente di Banca Carige, Giovanni Alberto Berneschi, ha parlato in esclusiva a Telenord in una intervista al direttore Giuseppe Sciortino. Berneschi è un fiume in piena, come sua abitudine. Un genovese ‘ruvido’ e pragmatico, ma che si commuove appena vede le immagini della banca che servito per 57 anni senza mai assentarsi un giorno.

“Mi ha telefonato un amico dicendomi che Di Maio vuol fare una commissione d’inchiesta su Banca Carige. Io non vedo l’ora che faccia una commissione d’inchiesta, e soprattutto che non sia come tante altre che finiscono nel nulla, ma che vada a fondo sul serio. Perché penso che non possa essere definito io la causa di tutti i mali di Carige. Anche se incontro genovesi che mi dicono “meno male quande scià gh’ea”, meno male quando lei c’era, perché le cose non andavano così. Altri invece mi dicono di tutto perché hanno perso il valore delle azioni. Però vorrei che la commissione d’inchiesta venisse fatta”.

Cosa dire alla commissione d’inchiesta sulle banche? Berneschi arriva dritto al punto con accuse precise. “Vorrei parlare dell’ispezione della Banca d’Italia che a mio giudizio è stata ispirata da qualcuno. Perché non si possono fare due ispezioni a distanza di quattro mesi. Secondo: la vicenda delle quote della Banca d’Italia. Se il mio progetto fosse andato in porto, oggi il sistema bancario italiano non avrebbe avuto problemi, neanche le banche venete. Quindi i rapporti di alcuni miei consiglieri con gli ispettori della Banca d’Italia per farmi fuori: certi gufi devono essere smascherati. Non ho avuto contradditorio con gli ispettori, è un mio diritto: le norme prevedono di parlare col presidente della banca, devi cicchettarlo, fare tutto quello che devi. Non l’ha fatto, andrò al Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo”.

L’ex vertice di Carige non arretra di un centimetro. “Io non mollo niente. Mi vogliono ammazzare? Mi sparino. Voglio parlare del boicottaggio del primo aumento di capitale sociale che era già sottoscritto. Parlo del 2013. Era sottoscritto da Ubs, Berkley e Unicredito, e me l’hanno fatto andare a monte per farmi fuori. E ci hanno rimesso i risparmiatori”. Chi l’ha fatta fuori, a chi si riferisce? “Ne parleremo in commissione d’inchiesta. Ora non voglio rischiare ulteriori querele. Voglio parlare dello Ior, della Fondazione com’era retta prima, quanto ci ha rimesso. E infine voglio parlare del fatto che hanno violato la riservatezza. Hanno rovinato la mia famiglia. Sono stato rapinato, picchiato, malmenato. Lasciamo perdere, inutile che faccia l’elenco. Mi auguro che Di Maio sia serio e faccia la commissione d’inchiesta. Ricordiamo che io ho lasciato il titolo a 2,4 euro per azione”.

Per la banca quindi la storia era già scritta? “Se mi avessero dato una mano tutti, probabilmente quell’aumento di capitale si faceva. Per colpa di alcuni gufi non è stato fatto. Di questo voglio parlare con Di Maio”. I gufi hanno nome e cognome? “Ne parlerò in commissione. Altro che gufi. Intenda cosa voglio dire”. Claudio Scajola, che in quel periodo era ministro dello Sviluppo economico, dove oggi siede Di Maio, dice che lei ha fatto un solo errore: doveva andarsene prima. “Penso che abbia ragione. Però non sa che non puoi mollare una banca nel momento delle maggiori difficoltà. C’era un aumento di capitale da fare, volevo portarlo a termine e me l’hanno impedito. Di lì sono nati tutti i casini che ci sono ora e che stanno subendo i nuovi proprietari per colpa di quel mancato aumento. Se me ne fossi andato prima non avrei sofferto tutti questi sei anni e non avrei bisticciato con nessuno.

Cinquantasette anni di Banca Carige, ininterrottamente, senza mai un giorno di malattia. “Quando sono arrivato eravamo in 500. Quando l’ho lasciata era un gruppo finanziario ed eravamo 6.500. C’erano anche gli agenti assicurativi. A proposito, per ricordare a Di Maio: mi dica lei, quando l’Ivas (l’ente di controllo delle compagnie assicurative) dice che il capitale deve raggiungere 459 milioni e tu ci metti i soldi, come fai tre mesi dopo a venderla a 300 milioni. Vorrei essere sentito anche su questo. Salvini ha ricordato che la banca è finita così per gli errori di gestione del passato. “Ricordo a Salvini che Banca Carige, quando me ne sono andato io, aveva in Liguria il 33% di quota di mercato sui depositi e il 33% sugli impieghi. Vuol dire che un ligure su tre aveva il suo fido, onestamente chiesto e onestamente garantito. Sarei contento ci fosse anche Salvini, visto che lo stimo”

Sileoni, segretario del Fabi che è il sindacato più rappresentativo del comparto, punta il dito sulla gestione clientelare in passato di Carige come di altre banche locali, dove “uomini soli al comando si sono comprati tutto”. Ha ragione? “La politica dentro Banca Carige c’era prima del 1996, prima della legge Amato, quando c’è stato lo scorporo tra banca e Fondazione. Fino a quella data sì, c’era la politica dentro perché le nomine erano comandate dal Ministero del Tesoro. Dal 1996 in poi, grazie al cielo, la politica è uscita. La Fondazione Carige nominava persone serie: Galateri, Roppo, Alpa, Alberti… saranno anche politicizzati quando vanno a votare, ma sono persone serie che fanno il loro lavoro”.

Chi tocca Bankitalia si brucia? Poco prima che succedesse tutto c’è stato un incontro a Palermo dell’Acri (Associazione delle Casse di risparmio). Le uniche voci contro Bankitalia sono state la sua e quella del presidente della Banca delle Marche. Avete fatto una fine simile, a breve distanza. “Ci vadano a fondo. Io ritengo che abbiamo fatto torto a Banca d’Italia sulle loro quote. La Banca d’Italia è una società come le altre, aveva un capitale sociale di 156mila euro, niente, in pratica i 300 milioni di Mussolini del 1939 – E 24 miliardi di euro riserve! Un aumento di capitale sociale gratuito avrebbe consentito di valorizzare le quote di quelle banche e assicurazioni che possedevano quote di Bankitalia (Carige aveva il 4%) a valori enormi che probabilmente avrebbero salvato il sistema, quando fosse venuta la crisi. Banca d’Italia non l’ha voluto fare. Eppure non ci rimetteva niente, ci guadagnava: le riserve si possono distribuire, ma il capitale sociale no, a meno di non mettere in liquidazione”. E alla domanda se ha mai ricevuto minacce dai vertici di Bankitalia, Berneschi risponde: “Mi permetta, non vado oltre. In commissione invece posso dire tutto quello che voglio”.

Carige oggi come può uscire dalle secche? “I tre commissari sono persone serie, responsabili e di mestiere. Credo siano le persone più qualificate per risanare anche autonomamente la banca, come dice Modiano. In questo momento ciò che conta è dare la garanzia sui bond in modo da poter sottoscrivere con tutta tranquillità. Evidentemente la gente è impaurita. Oggi i commissari rappresentano la tranquillità di Banca Carige e hanno la capacità di sanarla senza bisogno di aumenti di capitale statali”.

Perché lei viene indicato dall’opinione pubblica come ‘l’assassino di Banca Carige’? “È facile dare la colpa a chi non c’è più. Ci sono stati 35 consiglieri di amministrazione, guardi ora che casino. Io ho lasciato il titolo a 2,4 euro per azione. Ora il povero Malacalza, con tutti i soldi che ci ha messo, se le trova e zero… e non so quanti zeri dopo la virgola”. Prima di lasciare lo studio di Telenord, Berneschi guarda dritto il monitor e si commuove davanti alle immagini di Banca Carige. “Mi viene da piangere. Io sono entrato il 6 agosto del 1957, eravamo entrati noi giovani… non so se è un vanto o un belinismo, non ho mai fatto un’assenza. Non era la mia banca, era quella dei genovesi. Ora non so di chi sia. Mi viene da piangere davvero…”

TELENORD

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