Il consiglio – Cristicchi a un passo dal capolavoro col racconto dimenticato dei dimenticati

Se c’è una circostanza che aiuta a dare un senso alla stagione “Insieme” di Teatro Stabile ed Archivolto, ultimo passo prima della fusione ufficiale, è la concomitanza fra il “Mistero Buffo” di Dario Fo prodotto dall’Archivolto con Ugo Dighero, in questi giorni al Duse, e “Il secondo figlio di Dio” di Manfredi Rutelli e Simone Cristicchi, in scena le scorse sere al Modena.

Non so se Gian Enzo Duci e Pina Rando, Giorgio Gallione ed Angelo Pastore, quando hanno fatto la stagione, abbiano pensato alla coincidenza: ma vedere rappresentati insieme il più laico dei testi religiosi e un testo che nasce laico, ma sprizza religiosità vera da ogni passaggio, fa riflettere e dà un valore aggiunto alla stagione.

Ecco, in tutto questo si innesta il fatto che lo spettacolo di Cristicchi è davvero un grande spettacolo, quasi il coronamento di una carriera che ha avuto tratti di leggerezza, ma che ha denotato sempre una grandissima sensibilità per le storie degli umili, degli ultimi e dei dimenticati. Lo era stata la splendida scoperta sanremese di “Ti regalerò una rosa”, racconto in  musica dei lager prima della legge Basaglia; lo è stato l’omaggio agli esuli giuliano-dalmati di “Magazzino 18”, che gli è costato insulti ed ostracismi, ma che ha fatto innamorare tanti di lui e della sua poetica.

E lo è questo “Il secondo figlio di Dio – Vita, morte e miracoli di David Lazzaretti”, la storia di un predicatore che nella seconda metà dell’Ottocento arrivò ad avere cinquemila fedeli che lo seguivano: mezzadri, contadini, ma anche avvocati, giudici, nobili francesi…

Ma la storia del contadino che si fa Santo, anzi che si fa “secondo figlio di Dio” e che, alla fine, muore ucciso da un carabiniere e dalla voglia di tutte le istituzioni, Chiesa in testa, del ritorno dell’ordine costituito, va oltre la semplice vicenda dimenticata che già Rutelli e Cristicchi hanno il grande merito di aver riscoperto e fatto rivivere, con un grandioso studio storiografico, degno della scuola delle Annales.

Funziona la regia di Antonio Calenda, funzionano le scene e i costumi di Domenico Franchi, con il pesantissimo barroccio (400 chili, come raccontato dal precisissimo Claudio Cabona, quasi un pesatore ufficiale della passione in scena) che Cristicchi si porta in giro per il palco e che diventa in volta, sedia papale, chiesa a moduli variabili, casa di famiglia, Golgota…

La recitazione funziona bene Cristicchi fa tutti i ruoli, maschili e femminili, e, a tratti, ricorda l’Ascanio Celestini “circolare”, ad esempio del racconto delle tappe dei pellegrinaggi di Lazzaretti verso Roma: Arcidosso, Acquapendente, Bolsena, Viterbo…

Così emozionano i momenti più intensi, che sono quelli della caduta del “Cristo dell’Amiata”: i lampi che squarciano il palco con le luci di Cesare Agoni; gli insulti del popolo che prima lo idolatrava, esattamente come un nuovo vangelo aprocrifo; il pentimento del carabiniere che, come il ladrone, racconta la storia, come fosse una nemesi per aver ucciso Lazzaretti.

Alla fine il pubblico del Modena applaude per sei, sette, otto interminabili minuti, anche in piedi.

Insomma, funziona tutto benissimo.

Con un unico appunto: la storia è talmente bella in sè che va un po’ a discapito della magia, che si raggiunge solo nei momenti della caduta di Lazzaretti e, soprattutto, quando Cristicchi davanti al pubblico, in primo piano, nel buio squarciato da un solo fascio di luce fa cadere tanti chicchi probabilmente di sabbia o di grano, come fosse una cascata che si rovescia in platea.

Roba da pelle d’oca, da emozione pura, che avvicina lo spettacolo alla definizione di capolavoro. Che resta lì, a un passo.

Siamo noi, questo chicco di grano.

Massimiliano Lussana