Rozzo e strumentale il dibattito sul crocifisso

Il dibattito, non privo di bordate polemiche, sulla presenza, nelle scuole pubbliche (ma anche nei tribunali o nelle istituzioni) del crocifisso, simbolo del cristianesimo in generale e del cattolicesimo in particolare, è purtroppo, così come si svolge in Italia, rozzo e strumentale. Perché fa parte ormai, secondo un costume politico che si è consolidato negli ultimi anni, di quegli argomenti di respiro etico e di costume (sul genere dello “ius soli” o del biotestamento) che vengono utilizzati – sviliti e involgariti – a solo fine di propaganda facendo leva non su alti sentimenti o valori morali e culturali  ma solo sulla rozzezza di simpatie, antipatie, rifiuti passionali o, diciamolo pure, bassa ignoranza. A questo costume nessuna parte politica sfugge.

Occorre però fare un piccolo passo indietro. Lo Stato unitario italiano nato nel 1861 era di sua natura laico, anche per via dello scontro sull’unità d’Italia (e poi su Roma capitale con l’eliminazione di fatto dello Stato Pontificio) con la Chiesa Cattolica. Scontro politico e non morale-religioso. Tanto è vero che Stato e Chiesa furono realtà completamente separate. La situazione cambiò con il Concordato del 1929 tra il Vaticano e Mussolini. Com’è noto il Duce voleva recuperare in pieno l’appoggio della Chiesa mentre la Chiesa puntava a recuperare spazio in tutti i settori. Ecco la presenza dei crocifissi dappertutto, fatto che rimase nel dopoguerra, con la leadership politica della Democrazia Cristiana che della Chiesa secolare faceva leva per recuperare sostegno e voti. D’altro canto, c’è da osservare che, praticanti o no, oltre il 95% degli italiani erano battezzate e che nel nostro Paese la presenza di altre fedi (protestanti ed ebrei) riguardava percentuali vicine all’ 1%. In linea di massima i ragazzi non cattolici erano esentati dalle lezioni di religione. E tutto finiva lì. La questione è risorta da vent’anni a questa parte, prima con un’immigrazione in crescendo, per motivi di lavoro dal mondo islamico (per i sudamericani e per i migranti dell’Europa dell’Est il problema non era esistente essendo tutti, bene o male, cattolici o comunque cristiani) e, poi, in maniera travolgente per l’arrivo, negli ultimi dieci anni di centinaia di miglia di profughi dalle guerre islamiche e dalla povertà dell’ Africa. Il tema dell’accoglienza, è noto, ha diviso la nostra politica. Favorevole la sinistra, contraria la destra. Ovviamente con toni più o meno accesi a seconda delle diverse posizioni. Da una parte (la sinistra) il problema è stato assunto senza alcuna valutazione delle problematiche che potevano emergere, anche sull’abbigliamento e sul tema della condizione femminile. Dall’altra (la destra) c’è stato rifiuto, imposizione della nostra civiltà e scontro con le minoranza migranti, anche su quella ormai integrate nel lavoro e nella scuola nel nome della identità nazionale. Il tema della tolleranza è vecchio quanto il mondo. Tanto è vero che l’islam è intollerante e perseguitato, esattamente come i cristiani o comunque le minoranza etniche e religiose in mole parti del mondo. Ma il fanatismo è solo una leva remota: le polemiche sono legate al recupero di parti dell’opinione pubblica al fine di raccogliere consensi. Certo, l’ideale sarebbe riflettere su tutti gli aspetti del problema (crocifisso compreso) da parte di parlamenti aperti, colti, tolleranti, capaci di formulare normative ragionevoli ed equilibrate. Ma è possibile? Il pessimismo prevale.