Elezioni, la coalizione conviene al centrodestra

Salvo sorprese dell’ultimo minuto, cosa che in Italia non è mai da escludere, si voterà per il rinnovo dei due rami del Parlamento nel corso del mese di marzo. Funzionerà la nuova legge elettorale che prevede un 70% dei seggi eletti con la proporzionale e il 30% in collegi uninominali. Questo sistema fa presagire  che per la questione maggioritaria dovranno funzionare le coalizioni. Ma l’accordo di più parti sarà comunque il meccanismo più funzionale per ottenere la vittoria (vale a dire la governabilità), altrimenti, se le cose resteranno così, avremo un Parlamento caotico destinato a una breve durata. Ma gli accordi di coalizione non sono una cosa semplice. Tutto sommato la soluzione, visti gli ultimi anni di vittorie e di successi (in particolare in Liguria), della coalizione sembra la soluzione più semplice per il centrodestra. I tre partiti maggiori (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) sia pure con valori e contenuti non perfettamente sovrapponibili hanno raccolto sempre il consenso, senza contare che nell’area di centro, un po’ confusa e tormentata, potrebbe nascere la cosiddetta “quarta gamba” che accentuerebbe il peso del risultato. Manovrando abilmente con un messaggio più moderato che polemico ed estremista, Silvio Berlusconi conta di portare a casa il successo. In questo raggruppamento, ormai lo si è capito, non ci sarà spazio per “Casa Pound” il cui messaggio politico è considerato (anche dalla Meloni e da Salvini) troppo “carico” e troppo “estremista”. Il recupero di “Casa Pound”, forte nel centro Italia, ma ora presente anche nel Nord (vedi il caso di Genova), è troppo rischioso per il centrodestra, visto quello che è successo in Francia con il partito della Le Pen. Il centrodestra andrà avanti così, sulla base dell’ultimo successo in Sicilia e a Ostia (sempre prendendo le distanze da “Casa Pound”), con Berlusconi gran regista, ma anche con il supporto di Giovanni Toti che è il sostenitore del sistema di alleanza “a maglie larghe” ma con vertici che guardano più al centro che alla destra, anche al fine di evitare “invasioni di campo” da parte di Matteo Renzi. Quest’ultimo ha abbastanza nodi da sciogliere: gli schieramenti alla sua sinistra non sembrano inclini a un accordo e anche a liste unitarie nei collegi del maggioritario. Se Pisapia sarebbe incline a una sorta di accordo di massima, non sembra facile ridurre alla pace i piccoli leaders dei partitini ultrarossi, ai quali si è aggiunta una intransigente Boldrini. Ma si capisce che l’estrema sinistra preferisce, in fondo al cuore, perdere piuttosto che far vincere Renzi. Non è una novità. Ai tempi dello stalinismo i vecchi comunisti accentuavano le loro polemiche più contro le socialdemocrazie occidentali che contro la destra capitalistica. Non pare, ma il mondo non cambia facilmente.