Il Punto di Paolo Lingua/Il banco di prova del Porto di Genova

Il prossimo autunno sarà il vero banco di prova per il Porto di Genova e per la sua nuova gestione e Paolo Emilio Signorini dovrà dimostrare la sua reale capacità di manager, visto che ormai gli scali italiani debbono adeguarsi a delle realtà imprenditoriali, sia pure nel quadro dell’interesse pubblico, superando il sistema di freni e di controlli intrecciati che hanno caratterizzato sinora una burocrazia timorosa e frenante.  Anche a livello scientifico, oggi gli economisti delle grandi università del mondo occidentale, hanno messo a fuoco che il sistema di trasporti, lo shipping e la logistica in tutte le sue accezioni è la chiave per afferrare per i capelli i cambi vorticosi, le modificazioni, la crescita (o anche la crisi) del sisterma moderno dei mercati e della produzione . Il porto di Genova (e il sistema portuale ligure), il più importante d’Italia e uno dei maggiori d’Europa, non fa eccezione. Per cui Signorini e il suo “board”, senza “giocare” al sistema degli equilibri interni e politici da gestire con pesi e contrappesi, dovranno operare una scelta drastica per quanto concerne il destino del Terminal Rinfuse, modificandone la destinazione, superando la rischiosa collocazione dei depositi di idrocarburi sotto la Lanterna e scommettendo sul potenziale del Gruppo Spinelli (uno dei pochi che investono e hanno progetti di crescita in tutti i settori), del recupero funzionale della Compagnia (ormai ex carbone) “Pietro Chiesa” e sull’impiego, necessario e urgente, della Culmv. L’Autorità Portuale dovrà mettere a punto la strategia per quel che riguarda la parte cosiddetta “industriale” dello scalo. In passato – tutti lo ricordano – s’era diffuso lo slogan (non è stato mai progetto operativo) del “ribaltamento a mare” del cantiere di Sestri Ponente della Fincantieri che ha molte e importanti commesse per l’immediato. Ora la Fincantieri potrebbe essere interessata o all’area e alle strutture delle Riparazioni Navali (a cui puntano anche gli operatori privati di Genova) o, come molti affermano, all’area che sarà lasciata libera dallo stabilimento “Piaggio” destinato a chiudere la realtà genovese. Non si tratta di sciocchezze, né di un gioco. Occorre mettere a punto le strategie e operare il più rapidamente possibile. Il vero danno sarebbe prendere tempo e aprire la strada a interminabili dibattiti e convegni, altro vizio genovese. Il problema maggiore però per le strutture portuali riguarda un’opera di grande respiro, come lo spostamento più al largo della diga foranea e l’ampliamento dell’ingresso del porto per favorire l’attracco di unità (soprattutto portacontainers) di ultima generazione di maggiore stazza. Tutto non potrà essere risolto in un giorno, con un colpo di bacchetta magica, ma le decisioni operative e progettuali – con relativi oneri finanziari, buona parte dei quali toccano allo Stato e, per certi aspetti, ai privati – debbono essere prese, con le idee chiare, e collocate sui binari di partenza. Il porto di Genova non può restare bloccato dai giochi del passato e ai rimpalli burocratici.