Il Punto di Paolo Lingua/Si e No al referendum appesi all’ultimo voto

Il count down del referendum sta assumendo in queste ultime ore una dimensione fibrillante. L’esito, salvo sorprese, appare sul filo del rasoio. Non si possono rendere pubblici i sondaggi, ma quelli cosiddetti “segreti”, ordinati dalle diverse parti in causa, non sembrano indicativi. C’è chi dice che il “no”, dato da tempo in testa, resiste. C’è chi dice invece che il “si” è in netta rimonta e che è ora in vantaggio. Ma gli stessi sondaggisti sono in crisi. Non solo in Italia di riflesso, ma negli stessi paesi dove le prove elettorali si sono svolte, ci sono stati gravi errori: per l’esito della Brexit in Gran Bretagna e per l’elezione di Donald Trump a presidente USA.

In realtà, dicono gli esperti statistici e matematici, il sondaggio oscilla tra i mille e al massimo i tremila cittadini interrogati. Sono troppo pochi se l’esito è vicino alla parità. Bisognerebbe, per avere una indicazione, soprattutto negli Stati densamente popolati, andare tra i 20 e i 25 mila interpellati. Ma a questo punto il sondaggio sarebbe troppo costoso e nessuno se lo potrebbe permettere. Inoltre, nel volgere soprattutto degli ultimi dieci anni, è cambiata la mentalità delle popolazioni. Per restare in Italia, oggetto del nostro attuale interesse, dopo al fine della cosiddetta Prima Repubblica, tra il 1992 e il 1994, sono saltati tutti i vecchi schemi ancorati ai partiti politici ad alto indice di iscritti, presenti sul territorio nelle attività lavorative. Va tenuto presente che nelle elezioni politiche tra il dopoguerra e i primi anni Novanta non si sono mai segnalate varianti di suffragio (in crescita o in calo) mai al di fuori del 2,50%. Questo ha reso le maggioranze fragili ma ha intaccato di poco le coalizioni. Inoltre i partiti, soprattutto dei maggiori schieramenti (democristiani, comunisti, socialisti) erano un buon termometro per capire le variazioni di umore dell’elettorato.

In effetti, dopo il 1994 non è stato più tanto facile azzeccare le previsioni elettorali perchè i partiti, in continua evoluzione e con cambi continui di nome e di marchio (sia a destra, sian a sinistra), sostanzialmente sempre più scarni di iscritti, senza sedi dislocate sul territorio, non riuscivano più a confluire gli spostamenti d’umore dell’elettorato, sempre più ondivago. Con l’immissione nel “pacchetto di mischia” elettorale del M5S la situazione si è ulteriormente complicata. Una complessità di previsione che si è accentuata sul referendum, dove il voto si muove obliquamente in tutti gli schieramenti e in tutti gli strati sociali ed economici. E dove “ricchi e poveri”, usando una definizione imprecisa, si scambiavano i ruoli d’opinione e di comportamento. Uno strano gioco dei quattro cantoni che rende quasi impossibile ogni previsione.